Viaggio nel tempo: intervista a Michelangelo Buonarroti

Michelangelo_1Roma, 14 Gennaio 1564

Tra poco meno di due mesi, il 6 Marzo, compirà 89 anni e ancora non ha abbandonato gli strumenti del mestiere. Architetto della Fabbrica di San Pietro, Giorgio Vasari ne ha pubblicato la biografia nelle sue Vite; Ludovico Ariosto lo ha chiamato “divino” nel suo Orlando Furioso, Papa Giulio II con lui ebbe un trascorso burrascoso e lo definì pure “terribile”, ma lo stimava oltremodo. Tutti conoscono il suo nome che è già entrato nel mondo del mito. Geniale e permaloso, rude e passionale, Michelangelo Buonarroti ci accoglie nella sua casa presso il Foro Traiano.

Signore, innanzitutto è un onore potermi trovare nella vostra casa, in vostra presenza…
Bando alle chiacchiere, in questi mesi non è passato giorno senza che voi mi pregaste di concedervi un’intervista, ora che l’avete ottenuta sappiate che non ho intenzione di dedicarvi più di mezzora del mio tempo. Fate le vostre domande dunque.

Tutti vi conoscono come un solitario, qualche malalingua vi definisce come un “vecchio pazzo”…
Possono pensare ciò che vogliono. E’ nel mio isolamento che io ritrovo me stesso e la mia arte. I miei pochi amici sanno che li porto nel cuore e sono amati e poi io non sono capace e, a dirla tutta, non so se ho voglia di essere cortese con le persone di cui non mi curo. D’altronde non mi chiamo certo Raffaello Sanzio, che riposi in pace. Inoltre non ho bisogno di moglie e figli, sono già sposato con la mia arte e le mie opere sono i miei figliuoli.

Nella vostra vita avete vissuto tra Firenze e Roma. Cosa vi ha spinto inizialmente a lasciare l’una per trasferirvi qui?
Il lavoro. In quegli anni a Firenze, morto Lorenzo de’ Medici il Magnifico, Fra Girolamo Savonarola rendeva difficile vendere opere non di soggetto sacro, le diceva immorali se non lascive. Così il mio Cupido addormentato era invenduto, ma lo feci passare per opera antica agli occhi del Cardinale Riario che era nipote di Papa Sisto IV e lui lo comprò. Alla fine certo scoprì la truffa, ma volle comunque ch’io mi trasferissi a Roma poiché la mia abilità l’aveva colpito. E così feci, per qualche anno, ma comunque non mi fermai definitivamente poiché a Firenze richiedevano la mia opera e io vi andai; possiamo dire che ho fatto ritorno a Roma quando ebbi l’incarico di dipingere la volta della Cappella Sistina, nella primavera del 1508. Tuttavia nel 1515 sono tornato a Firenze e qui a Roma ho rimesso piede solo nel 1534, in previsione di realizzare il mio Giudizio Universale.

So che state ritoccando una vecchia opera, lavorate ad un’altra Pietà… Cos’è per voi la scultura?
La scultura è un’arte che si ottiene togliendo materia, e più cresce la forma e più la pietra scema. Io so che dentro un blocco di pietra è già contenuta una figura, la mano dell’ottimo scultore è quella che riesce a liberarla. La materia è la prigione dello spirito. Però più passano gli anni, più mi accorgo che per quanto io mi sforzi la pietra rimarrà sempre pietra e forse non esiste un’opera perfetta, ma solo un’idea perfetta di essa, e allora l’ottimo scultore lo fa il tormento, la fatica, la fede in Dio… La mia Pietà rimarrà forse così, non finita, perché non esiste un limite che si possa raggiungere definitivamente, non in questo mondo terreno.

La vostra opera sembra piena di dolore e disperazione, come le vostre parole.
La pittura e la scultura, la fatica e la fede mi hanno rovinato. Sono solo un misero uomo a cui Dio ha donato l’arte e ad essa io mi dedico per allungarmi la vita più che posso.

Prima di lasciarvi, avete qualcosa da ridire a chi vi attacca e critica il vostro operato?
Una cosa ho da dire anche a loro, sì. Voi direte bene che io sia vecchio e pazzo: e io vi dico, che per istar sano e con manco passione, non ci trovo meglio che la pazzia.

Claudia Pruner

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