“Vanity Fair”: la dittatura dell’ Immagine

«La vanità è la paura di apparire originali»

Friedrich Nietzsche

adolfovalente21[1]Oggi la battaglia è con gli specchi, dittatori per nulla fragili e meravigliosamente polimorfi.  Ma lo specchio è solo la conferma di un istante: sono bello?
Un interrogativo, questo, che nella sua intrinseca banalità affligge costantemente i nostri tempi.
La sindrome del selfie, l’affannoso dispendio di energie e risorse in palestra e centri benessere di ogni genere, le diete ipocaloriche sempre più trasversali nella popolazione, il frequente ricorso alla chirurgia estetica  sono il frutto della nostra realtà un po’ distorta, imbevuta di apparenze e definita  da un’affannosa quanto grama ricerca dell’estetica perfetta. Si è succubi, oggi più di ieri, della tirannia di un’ immagine spesso puramente  ideale, o meglio di uno stereotipo consapevolmente irraggiungibile ma comunque in grado di  condizionare l’esistenza.
Tutto ciò è il riflesso,purtroppo, di una paura profonda: quella di essere veramente se stessi.
Non appassisce la convinzione che solo se si è perfetti,  secondo i dettami del momento, ci si può mostrare apertamente al mondo giudicante che ci circonda.  E ciò consacra una strana palingenesi, quella del concetto di bellezza: non più definito soggettivamente, esso diviene mera aderenza a canoni esteriori ed oggettivi, volutamente imposti da altri. Dalla soubrette imbellettata, dal belloccio inamidato o dal cantante modaiolo di turno.
Così la SCO, “sindrome del corpo odiato”, attecchisce come un morbo nella coscienza dei più e non risparmia né le differenze di genere, né le culture , né le età. Sul palcoscenico moderno, in cui ci si culla fra il bisogno di essere guardati e quello di non esserlo troppo, i ragazzi si riconoscono solo in un pettorale ben scolpito e le donne vedono nel giusto peso forma l’unico e realmente spendibile bigliettino da visita.
Addio intelletto, addio abilità, addio morale, addio passioni e benvenuta ossessione per l’estetica, di cui il corpo è il vero e unico sancta sanctorum.
Punto nevralgico su cui si concentra tutta l’attenzione, esso è plasmato a proprio piacimento e modificato in ogni minima sottigliezza, in modo da perdere il contatto con il ricco intreccio di valori, virtù e qualità che ci definisce come esseri umani. Gioielli inestimabili come la personalità e il carattere, custoditi oltre questa patina esteriore, perdono d’importanza,  inaridiscono perché abbandonati dagli unici che potrebbero farli rifiorire: noi stessi.
Il rischio che si incorre inseguendo il disvalore dell’immagine è quello di essere parte dell’infinita sequela di cloni tanto cara ai tempi attuali, individui  “studiati a tavolino” come una partita truccata.
Sulla passerella della vita sfilano giorno per giorno caricature umane nutrite di vanità, vittime della moda, infarcite di superficialità e non di ideali, prive di volti ma ricche di un gran numero di maschere spesso assunte per occultare fragilità recondite e, peggio ancora, pochezza intellettuale e morale.
«Viviamo in un’epoca dove le cose superflue sono le nostre uniche necessità» canzonerebbe Oscar Wilde per descrivere la catabasi moderna di cui siamo tutti, più o meno consapevolmente,  testimoni. In questa realtà in cui le labbra in modalità airbag sono preferite alla spontaneità di un sorriso, in cui le unghie laccate e chilometriche prendono il posto di una carezza, in cui i muscoli e la tonicità hanno più effetto del fascino e del carisma e in cui i visi plastificati impediscono l’espressività (manifesto delle emozioni) l’immagine è un vero e proprio status da esibire al grande pubblico, anche a costo di risultare un po’ ridicoli.
Questa immagine, purtroppo, non ammette imperfezioni.  Il difetto, sinonimo di unicità, sfuma fino a divenire la parte in ombra di questo chiaroscuro che è la nostra esistenza.
William Thackeray parlerebbe, non senza rammarico, ad un’altra Vanity Fair: la commedia umana del ventunesimo secolo. Per molti, ancor’oggi, la vita è una fiera, un mercato in cui (s)vendere il proprio corpo e in cui mostrare, al posto della propria vera essenza, un’esteriorità futile ed inconsistente.
La possibilità di opporsi a questa realtà spicciola, che rende al contempo vittime e carnefici, potrebbe risiedere nei moniti dei Grandi. Come nel volere di Anna Magnani, che esprimeva il suo ideale di vita  con sagacia e acume semplicemente parlando delle sue rughe. L’attrice romana asseriva al suo truccatore:  “lasciamele tutte, non me ne togliere nemmeno una , ci ho messo una vita a farmele” .
In questa frase, che potrebbe apparire inconsistente e priva di valore, vibra l’eco di un bisogno irriducibile: l’essere persone autentiche.  Che sappiano accettarsi senza infingimenti per la propria bellezza, non priva di imperfezioni, ma comunque unica e inimitabile.  Che vedano nei difetti degli infallibili punti di forza. Che ridano senza alcuna riserva dei fantocci moderni e degli argini ideati per contenere e limitare la diversità, sinonimo della vera bellezza.
Ma questo è soprattutto il volere di una donna che ha piena consapevolezza della fugacità della vita e dell’inesorabilità dello scorrere del tempo. Il mito dell’eterna  giovinezza alla Dorian Grey è solo un afrodisiaco per gli illusi: il variegato composè  di  accorgimenti estetici non può in alcun modo impedire al “Dio Crono” di lasciare la sua impronta indelebile sulla pelle.
Ma questi segni del tempo, a dispetto di tutto e ad onor del vero,  sono anche l’eredità più bella della vita.

Francesca Rotondo

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