Simone Weil: “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”

weil simone[1]Nel 1934, quando Hitler era al potere da pochi mesi e Stalin era venerato da gran parte dell’intelligencija come “piccolo padre” di una nuova umanità, Simone Weil inquadra lucidamente l’orrore presente, ponendosi come disincantata narratrice esterna di una storia in procinto di farsi.

Queste riflessioni possono essere lette come un’esortazione lanciata all’umanità affinché si riappropri di se stessa, tenendo comunque ben presente come il mero desiderare sia nullo e occorra invece conoscere quali siano oggettivamente le condizioni materiali che determinano la possibilità d’azione: ella considera infatti come la sfera naturale, ossia i bisogni primari umani, e quella sociale, cioè la contestualizzazione dell’individuo nella società, siano strettamente necessarie per l’esistenza del singolo, quindi mai removibili.

Risulta essere oltremodo significativo il profilo della società contemporanea da lei delineato: ella mette in luce come il male dell’umanità risieda nell’attuale sostituzione dei mezzi con i fini. Ad esempio, il denaro non è più un mezzo per scambiare la merce, ma un fine da perseguire, così come le scienze non sono più un mezzo a cui gli scienziati si rivolgono per accrescere il proprio pensiero, ma per servire il progresso tecnico. Allo stesso modo, il potere non è più un mezzo, ma un fine che di per sé porta prestigi a chi lo detiene.

Secondo Weil da qui deriva come le cause dell’oppressione sociale siano identificabili nel possesso di privilegi e nella lotta per il potere. Per quanto concerne i primi, Weil si focalizza sul privilegio di alcuni che è dato sicuramente dalla detenzione del monopolio economico, ma in primis dal possedere il monopolio dei procedimenti scientifici, appannaggio solo ed esclusivamente degli scienziati: l’inganno risiederebbe nel fatto che quasi tutto si produce metodicamente nelle fabbriche, mentre lo spirito metodico abbandona sempre più le intelligenze. In altri termini, il lavoratore applicherebbe meccanicamente azioni preimpostate, dissolvendo qualsivoglia legame tra i suoi gesti e il suo pensiero.

Questo dualismo tra mente e corpo creatosi nell’individuo lo renderebbe dunque del tutto vulnerabile alla comunità: completamente abbandonato a una collettività cieca di fronte alla quale si sente infinitamente piccolo, egli vivrebbe così in una condizione di angoscia perenne, data dalla totale assenza di prospettive per il futuro.

Weil analizza acutamente come i singoli si illudano che questo vuoto possa essere colmato da figure di potere che assumono una veste mitica agli occhi di un popolo disperato: in questo senso i regimi totalitari insorgono laddove c’è minor capacità di pensiero. Come Weil afferma, non è corretto attribuire ai totalitarismi  la colpa della mancanza di pensiero, in quanto, al contrario, questa è la precondizione che permette la loro instaurazione. Essi possono dunque solo abbruttire ulteriormente un’umanità già stolta, ma non hanno la facoltà di privarla dal principio della sua ragione.

L’esercizio del pensiero è infatti l’unico ambito in cui l’uomo può davvero realizzare la sua libertà: niente e nessuno può costringere un individuo a iniziare a pensare o a smettere di farlo, perché la forza e il pensiero sono due grandezze eterogenee che non possono scalfirsi l’un l’altra.

Weil si concentra dunque nel tracciare una società ideale, considerando questo concetto come qualcosa che, sebbene sia irrealizzabile esattamente come un sogno, può comunque avere il valore di  parametro regolativo a cui tendere il più possibile: l’ideale è diverso da un sogno nella misura in cui è in rapportabile alla realtà come metro di analisi della stessa.

In quest’utopica società prospettata,  l’uomo riesce a sottomettere completamente le proprie azioni al pensiero, raggiungendo così una libertà del calibro di quella di un Dio: il pensiero metodico opererebbe così nel corso del lavoro manuale, valore supremo per Weil, in quanto cartina tornasole della connessione tra mente e corpo. Quindi gli individui non sarebbero più sottomessi alla collettività, ma sarebbe quest’ultima ad essere soggiogata al vaglio critico di ogni personalità di uomini liberi, uguali e fratelli che, in virtù del riconoscimento della loro comune umanità, non si ridurrebbero reciprocamente a oggetti, ma sarebbero in grado di cooperare divisi in piccole comunità.

Ella, lungi dall’avanzare previsioni sulla società futura, afferma che è imprevedibile prospettare la strada verso cui la società si avvierà: al momento Weil, diversamente da Marx, ritiene che non sia possibile individuare un gruppo sociale che possa scatenare una rivoluzione.

L’unica cosa certa è che l’umanità contenga in sé nella stessa quantità sia ciò che la può uccidere sia quello che la può salvare: sarà essa a dover decidere se farsi inghiottire dalle opinioni preconfezionate della stampa e dalla tecnica automatica delle industrie o se risorgere ricominciando daccapo. La libertà è infatti riconquistabile solo tornando a uno stadio primitivo, perché uomini già schiavi, in quanto tali, non conoscono la libertà e quindi è difficile che la desiderino: in altri termini, dalla schiavitù non si possono generare uomini liberi.

Weil conclude il suo mirabile scritto sganciando il suo stesso io da quello comunitario: ella crede infatti nel potere di queste sue stesse riflessioni, indipendentemente dall’influenza che esse avranno o meno sulle organizzazioni sociali dei posteri. La reazione alla subordinazione del proprio io a quello della comunità implica infatti il rifiuto della sottomissione del proprio pensiero a fini collettivi: “soltanto dei fanatici possono attribuire valore alla propria esistenza unicamente nella misura in cui essa serve una causa collettiva”.

Ad ogni modo, la posizione di Weil non scade nella chiusura dell’io in un solipsismo egoistico, ma è fondata sulla strenua ricerca della possibilità di tornare a stringere per conto proprio, al di là dell’idolo sociale, “il patto originario dello spirito con l’universo”.

 

Silvia Di Conno

 

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