“Quando sono debole è allora che sono forte”

Foto di Martina Ragone

«Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12, 9-10).

Questo passo della seconda lettera di San Paolo ai Corinzi è un passo molto toccante e può offrire spunti di riflessione ancora oggi. Dio stesso dichiara che la sua potenza si rivela nella debolezza, un’affermazione paradossale se pensiamo alla società odierna, tutta volta a nascondere quanto più possibile la vulnerabilità, vista come un difetto per il quale non si viene accettati e che impedisce di raggiungere obiettivi concreti sia a livello sociale che personale. Viviamo in un ambiente in cui ci illudono che tutto sia sempre possibile e raggiungibile, servendosi di qualunque mezzo, onesto o disonesto che sia; in cui qualsiasi problema sembra avere una soluzione immediata, che è quella che ci eravamo prospettati, e il dolore è un male da evitare.

Nell’ultimo anno, a causa della situazione pandemica, il concetto di debolezza sembra essere stato rivalutato: tutti ci siamo trovati a fare maggiormente i conti con i nostri limiti, anche coloro che si sono spesso autodefiniti forti e indistruttibili sono stati costretti a fare un passo indietro, a chinare il capo distruggendo i propri schemi preconfezionati, perché non servivano più ad interpretare una realtà ormai caotica. Il nostro corpo che, nella società del benessere deve essere sempre in forma e forte, si è mostrato debole e privo delle difese immunitarie per combattere questo virus misterioso. Ci siamo resi conto che non avevamo spalle abbastanza forti per sostenere la fiumana dell’ignoto che ci stava crollando addosso, una fiumana che conteneva in sé anche tutti i pregressi problemi relazionali, sociali, politici ed economici irrisolti che sono improvvisamente esplosi, dimostrando le falle di un sistema i cui marchingegni non si incastrano ormai da tempo. Tutto questo ci ha fatto abbassare lo sguardo, mettendo in luce i nostri limiti, che altro non sono che la croce, unica per ognuno di noi, che Dio ci affida per non farci eccedere nella superbia e che ci aiuta a ritornare all’essenziale, privi di ogni orpello, nudi dinanzi al Suo Amore autentico. Ma siamo davvero disposti ad accogliere la croce con la stessa gioia di san Paolo che addirittura si vanta della propria debolezza e si compiace delle proprie angosce sofferte per Cristo? È difficile dire subito di sì al dolore, un dolore che in apparenza è causa di smarrimento, distruzione, ma che in realtà è proprio l’opposto, è il mezzo tramite il quale ritroviamo noi stessi e possiamo rinascere a vita nuova. Questo può accadere solo se viviamo questo dolore con coscienza, affidandolo al Signore, affinché lo trasformi secondo i progetti che ha in serbo per noi che spesso non coincidono con i nostri desideri. La debolezza, infatti, non significa crogiolarsi nei propri affanni e lamentarsi da vittime, eleggendo l’altro a capro espiatorio, o chiudersi in se stessi perché non ci si sente all’altezza e sperare che giunga un aiuto dall’esterno, ma vuol dire rendersi conto dei propri limiti, delle proprie inadempienze, della propria imperfezione e convertirsi, scegliendo di lottare ogni giorno per la propria felicità.

E allora diventiamo esempio per una società sempre più corrotta e deviata, non dobbiamo avere paura di andare controcorrente, eleggendo la debolezza a virtù, perché è solo sperimentando la fatica che si acquisisce la forza; è solo imparando a portare un peso che si apprezza la libertà della leggerezza; è solo riconoscendo la propria piccolezza che si comprende la grandezza di un Amore che non conosce limiti.

Martina Ragone

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