Qual è il vero nome di san Paolo? Possiamo considerarlo il “tredicesimo apostolo”?

Paolo, nato a Tarso verso il 5-10 d.C. e morto a Roma, intorno al 64-67, è un ebreo che usufruisce della cittadinanza romana. A differenza dei dodici Apostoli, non vi è alcuna indicazione che Paolo abbia incontrato Gesù prima della sua crocifissione e, come tanti suoi correligionari, osteggia la Chiesa nascente, giungendo a perseguitarla apertamente. Secondo gli Atti degli Apostoli, la sua conversione ha luogo durante un viaggio da Gerusalemme a Damasco, accecato da una luce intensa proveniente da Gesù risorto che gli parla (cfr. At 9,1-31, 22,1-22 , 26,9-24). Paolo affermerà di aver ricevuto il Vangelo non da uomo, ma “per rivelazione di Gesù Cristo” (Gal 1,11-12).

Come gli altri predicatori cristiani, si dirige dapprima verso Ebrei, in seguito si rivolge in prevalenza ai “Gentili”. Le regioni da lui raggiunte nella divulgazione della fede sono l’Arabia (attuale Giordania), l’Asia Minore (la moderna Turchia) e la Grecia. Il buon risultato di questa diffusione del Vangelo lo induce a confrontarsi con alcuni cristiani di origine ebraica, che pretendono di obbligare i pagani convertiti all’adempimento della legge religiosa ebraica, prima di tutto la circoncisione. Paolo si contrappone fortemente a questa pretesa e, con il suo temperamento forte e appassionato, ha successo. Con l’accusa pretestuosa di disturbo dell’ordine pubblico da parte di alcuni Ebrei a Gerusalemme, ricorrere in appello rimettendosi al giudizio dell’imperatore, suo diritto in quanto cittadino romano. Condotto a Roma, pur obbligato per alcuni anni agli arresti domiciliari, ottiene la possibilità di proseguire la sua predicazione e viene decollato quasi certamente intorno al 64-67, durante la persecuzione di Nerone.

Negli Atti, nelle sue iniziali apparizioni, il nome proprio dell’apostolo è Saulo (nell’originale greco, Σαούλ, Saùl, o Σαύλος, Sàulos, traslitterazione dell’ebraico, שאול Sha’ùl). Etimologicamente legato al verbo ebraico, שאל sha’al (domandare, pregare), il nome significa “colui che è stato chiesto (a Dio)”, “colui per il quale si è pregato” ed è quello del primo re degli Ebrei, vissuto nell’XI secolo a.C. Questo nome non ricorre di frequente tra i protagonisti posteriori della tradizione biblica, quasi certamente per la connotazione negativa che il primo libro di Samuele assegna alla condotta del re. Per la tribù di Beniamino, la stessa cui appartiene Paolo, il re Saul poteva rappresentare una specie di “eroe nazionale”.

Se il nome Saul ricorre più frequente negli Atti, l’unico usato dall’Apostolo nelle sue epistole, è Παύλος, Pàvlos trascrizione greca del latino Paulus, che significa “piccolo”. Non essendoci relazione etimologica tra il nome ebraico e quello latino sono state suggerite svariate ipotesi sulla sua origine di quest’ultimo:

–          semplice assonanza tra Saul e Paulus: è questo, infatti, il criterio che guida gli Ebrei nella scelta del nome da assumere nell’Impero romano, come attestano anche gli esempi Giosué – Giasone, Sila – Silvano. Tale ipotesi è la più accreditata presso gli studiosi ;

–          Paulus “piccolo” secondo la tradizione cristiana per via della statura bassa di Paolo;

–          nome assunto da Saulo in onore di Sergio Paolo, proconsole di Cipro che si convertì al cristianesimo (cfr. At 13,6-12). Nel resoconto degli Atti, l’introduzione del nome Paolo al posto di Saulo ha luogo proprio contestualmente a questo incontro (13,9) . L’ipotesi, tuttavia, non trova al momento, ampio accordo tra i ricercatori, i quali ritengono la trasformazione del nome espressione del primo confronto dell’Apostolo col mondo greco-romano;

–          sulla base di alcune informazioni di Girolamo, Paulus sarebbe stato il cognomen del padrone romano da cui gli antenati di Paolo decaduti in schiavitù; una volta affrancati, ne avrebbero acquisito il cognome .

“Apostolo” è l’appellativo preminente che Paolo si conferisce nelle sue epistole (cfr. Rm 1,1; 1Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1) e che la tradizione cristiana seguente gli ha attribuito. Tale termine è la trascrizione del greco απόστολος, apòstolos, che significa “inviato”. In senso proprio, il titolo è riferito nei testi del Nuovo Testamento ai soli dodici apostoli mandati da Gesù a predicare il vangelo. Paolo, che non compare nei vangeli, e che non fa parte del seguito di Cristo, non può essere considerato come apostolo in tal senso. L’autore degli Atti degli Apostoli attesta che solamente i Dodici possono essere ritenuti apostoli a tutti gli effetti e, pur evidenziando più di tutti la figura di Paolo, non gli conferisce questo titolo (eccetto in due occasioni al plurale e in senso generico in At 14,4.14). Nelle sue lettere invece Paolo ascrive il suo essere apostolo a Dio che lo ha chiamato (cfr. 1Ts 2,7; 1Cor 1,1; 2Cor 1,1; Gal 1,1 e Rm 1,1), e più volte si sente sollecitato a reclamare questo attributo: Dio gli ha rivelato suo Figlio (cfr. Gal 1,5-16); ha visto il Signore (cfr. 1Cor 9,1); è apparso a lui come agli altri apostoli (cfr. 1Cor 15,8); ha espletato le attività proprie dell’apostolo (cfr. 2Cor 12,12); a riscontro della veridicità del suo essere apostolo-mandato da Gesù c’è d’altronde la comunità stessa che è stata generata alla fede attraverso la sua predicazione (cfr. 1Cor 9,2-3), essa è una specie di lettera credenziale della sua piena autorità apostolica (cfr. 2Cor 3,2).

Come Paolo, del resto, anche altri protagonisti del Nuovo Testamento sono detti “apostoli”, benché non lo furono in senso proprio (Barnaba in At 14,14; Andronico e Giunia in Rm 16,7; Sila e Timoteo in 1Ts 1,1; 2,6; Apollo in 1Cor 4,9). In alcuni passi (cfr. Rm 11,13; Gal 2,8), Paolo si presenta quale “apostolo dei Gentili”.

Antonio Calisi

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Antonio Calisi

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Direttore Editoriale

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