Presentazione del libro “Le parole oltre il tempo” di Maria Concetta Cataldo

presentazione libro cataldoVenerdì alle ore 18.00 presso il Teatro Osservatorio in Via Trento, 12 a Bari, per il ciclo “L’Osservatorio dei libri” è di scena “Le parole oltre il tempo” di Maria Concetta Cataldo, edito da Falvision Editore sas. Vincitore con il monologo “Maddalena” del II premio al I concorso nazionale di Letteratura Premio Letterario Fortuna Dautore.

Modera l’incontro con l’autrice il Prof. Antonio Calisi.

La messa in scena di alcune parti del volume sono a cura di Lino De Venuto, Maurizio Sarubbi e Lorena Pasotti

Maria Concetta Cataldo è nata a Lecce, laureata in Giurisprudenza, Filosofia, Teologia e Scienze della Religione. Scrive di teatro, religione, romanzi; si occupa di cultura e della diffusione della stessa anche attraverso la FIDAPA di cui fa attivamente parte. Firma di sopraffina fattura.

NOTA DELL’AUTRICE
In un tempo storico in cui i valori morali sembrano sbiaditi, torna prepotente nel cuore dell’uomo il desiderio del Sacro. Questo bisogno innato dell’essere, la sua apertura all’infinito, hanno dato luogo, fin dalle origini, alle domande fondamentali circa l’”oltre”. Il bisogno indubbiamente inappagato di spiritualità si è rivolto, e ancora oggi si rivolge, in cerca di risposte rassicuranti, ai più svariati insegnamenti e a molti maestri senza spesso comprenderli pienamente. Probabilmente questa è una delle ragioni che ha determinato in chi scrive l’esigenza di riparlare, nella forma dialogante della piéce teatrale, di una religione, il Cristianesimo, che annette alla Storia un’importanza decisiva ed un valore fondante. Più che in altre religioni, quella cristiana contiene in sé l’originalità di affermare che Dio stesso in persona si è reso visibile entrando “con braccio teso” nella Storia del mondo e ha parlato agli uomini nella figura di un uomo ben preciso di nome Gesù di Nazareth. Quest’uomo non è stato soltanto il portavoce di Dio, non è salito come Mosè su un monte per ricevere i suoi comandamenti, né ha ricevuto in condizione estatica particolari rivelazioni come Muhammad; quest’uomo di Nazareth, il Cristo, in tutto il suo essere e nella sua normale vita di impegno quotidiano e non solo con le parole, ha presentato nella propria persona la rivelazione di Dio. Dalla sua nascita fino alla morte in croce è la nozione di Dio stesso che entra in causa: per cui tutto quello che l’uomo potrà sapere di Cristo diventa ciò che può conoscere di Dio. È un Dio che si propone come un Dio scandaloso incentrato sull’evento più imbarazzante della croce pressochè incomprensibile e inaccettabile dai concetti della ragione umana. E l’imbarazzo della ragione è duplice: se da un lato, pur essendo razionalmente difficile accogliere il fatto della resurrezione, in quanto supera le normali categorie storiche, saremmo più ben disposti a pensare il Cristo vivo e glorificato alla destra di Dio, dall’altro lato il paradosso maggiore si presenta proprio nella croce, cioè nella sofferenza del Cristo la cui positività è al di fuori di ogni ragionevole logica, visto che, umanamente parlando, non solo non ci si auspica mai il dolore ma si fa di tutto per uscirne nel momento in cui ne siamo afflitti. Al contrario è proprio la dialettica tra la debolezzainfamia della Croce del Cristo e la nuova manifestazione del  volto di Dio la massima originalità di quanto il Cristianesimo possa dire di Dio stesso: nell’evento della Croce la Chiesa postpasquale ha visto la particolarissima presenza di Dio non in favore di Gesù ma in favore degli uomini per i quali il Figlio moriva. E mentre il messaggio della resurrezione trovava un terreno già preparato nel giudaismo, quello della morte in croce di un Messia Figlio di Dio non aveva riscontro né nel giudaismo né nel paganesimo. La croce diventava l’inopinata rivelazione di Dio stesso che fa dire a Paolo in 2 Corinzi 13, 4 e Filippesi 3, 10: “La parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio”.
Su quella croce è giustiziato e ucciso un protagonista dalla duplice natura umana e divina; il fondamento della sua umanità ha sollecitato il mio pensiero a disegnare in un dialogo tra quanto di più umano c’è nella divinità ed una creatura totalmente umana. È l’essere uomo che consente al Figlio di Dio la conoscenza profonda della fragilità, della sofferenza spirituale e fisica, delle delusioni proprie della creatura. Egli usa linguaggi della mente e dei sensi intensamente umani, si accosta a chi è meno degno del Regno di Dio con una particolare sollecitudine che non è mai approccio consolatorio o assolutorio tout court, ma è mano tesa per cominciare insieme un viaggio di luce; il suo messaggio rivelatore della paternità divina provoca in chi lo ascolta la metànoia del cuore, il crollo dell’ego assoluto sul quale ciascun uomo è arroccato, l’apertura dei cancelli della nostra anima. Un Dio dunque comunicabile a noi per via della sua umanità. La specificità della natura umana nel Figlio di Dio che muore per salvare l’altra natura, quella degli uomini è il punto di partenza della teologia Giovannea il cui nucleo è nel senso della verità e della libertà; sono queste le due parole chiave perché l’uomo comprenda il proprio destino di eternità. Dalla conoscenza della verità dell’uomo in cui il Cristo è il paradigma e dall’adesione o dal rifiuto a Lui deriva l’essere liberi, ma deriva anche già nell’hic et nunc il giudizio di condanna o di salvezza. Afferma Giovanni 3, 18-21: “Chi crede in Lui non è condannato, ma chi non crede è stato già condannato”. Quanto è lontano il nostro sentirci liberi da quella libertà! Noi abbiamo alle spalle il razionalismo greco e il geometrismo cartesiano, nasciamo da culti pagani elevati alla dignità di elementi di civiltà, in sintesi nasciamo dalla volontà della carne e dall’arbitrio divenuto idolatria e religione di Stato, strumento di potere temporale e glorificazione del destino assolutamente terrestre dell’uomo. L’immersione nella spiritualità divina, l’adesione totale alla Parola efficace potrebbero far esplodere negli uomini dubbiosi e critici del nostro tempo il coraggio di credere.

Maria Concetta Cataldo

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Antonio Calisi

Antonio Calisi

Direttore Editoriale

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