Philosophia, un filosofo in officina: Le idee di Platone

PHILOSOPHIA okL’organizzazione “Philosophia” – nata nel 2015 dall’incontro tra l’Associazione culturale “circoli virtuosi”, il liceo scientifico barese Scacchi e l’officina degli esordi, sotto il patrocinio della libreria Laterza-  ha permesso la realizzazione di quattro incontri tenutisi a Bari nella stessa officina degli esordi nelle giornate del 31 marzo, 1, 4 e 5 aprile con il prof. Ermanno Bencivenga, filosofo docente all’università della California a Irvine. Le conversazioni con il Professore sono state incentrate su tematiche portanti nelle concezioni filosofiche di menti che sono considerabili i pilastri del pensiero occidentale: Platone, Aristotele, Kant ed Hegel.

Il punto di partenza del primo incontro è stato il dialogo platonico “La Repubblica”, funzionale ad una riflessione che raffronti le odierne ideologie alle idee teorizzate da Platone , ove queste ultime sono da intendersi come modelli eterni, perfetti e immutabili di cui la realtà mondana non sarebbe altro che copia imprecisa: l’anima nel momento antecedente all’incarnazione avrebbe la possibilità di contemplare questi paradigmi incorruttibili; la successiva conoscenza del mondo terreno si configurerebbe  dunque come ciò che permette la reminiscenza di quanto è già stato conosciuto nella dimensione dell’iperuranio in cui sono situate le idee.

L’obiettivo di Bencivenga è consistito nella messa in luce del valore fortemente ideologico de “La Repubblica”, considerato il fatto che in essa è presentato il progetto di costruzione di una città; Platone  è lungi dal prospettare un’utopia fine a se stessa, ma mira a produrre una realtà viva e tangibile che orienti la condotta etico-politica: il fine non è l’opposizione verticale  della fantasia alla realtà, ma una riflessione che si estende su un piano di orizzontalità per creare uno scarto produttivo tra immaginazione teorica e attuazione pratica in quanto, come lo stesso Bencivenga ha sottolineato, la ricerca di scappatoie ideali dal reale è una tendenza propria della mente umana.

L’esito della dinamica teorica de “La Repubblica” è una ripoliticizzazione della giustizia a un livello più elevato: essa infatti non è solo conformità alla legge, ma è una forma di virtù, di armonia interna al soggetto umano che, in quanto tale, non è mai scindibile dal contesto socio-politico in cui vive.

In questa prospettiva la riflessione progressiva di Platone in questo dialogo sul concetto di giustizia risulta essere quanto mai interessante nella misura in cui è moderna: essa è infatti concepita come un principio aggregante funzionale ad un’armonica conservazione ove, invece, l’ingiustizia porterebbe ad un’inquietante disgregazione. Questo principio è spiegato tramite il parallelismo tra individuo e comunità : esattamente come nel primo insorgerebbe una forma di patologia schizofrenica al venir meno di una coerenza che faccia da collante alle varie componenti dell’io, allo stesso modo la città degenererebbe irrimediabilmente in assenza di un criterio saldo di giustizia in base a cui poter definire “giuste” date azioni e discernerle di conseguenza da quelle ingiuste.

La giustizia secondo Platone sembrerebbe dunque vigere quando nell’animo umano ogni componente adempie al suo ruolo e nelle comunità ognuno segue le proprie inclinazioni e si configurerebbe pertanto come il presupposto per la formazione di una città: l’interrogazione su cosa la giustizia sia può essere posta correttamente solo in uno stato razionalmente costituito, ossia basato sulla corretta educazione dei guardiani, uomini preposti ad assumere ruoli di direzione della città in campo politico come governanti o nel campo della difesa come guerrieri.

La sfida portata avanti dal personaggio di Socrate  rappresentato da Platone consiste nel dimostrare a Glaucone e ad Adimanto che la giustizia rientri in quella categoria di beni, come ad esempio il pensare e il vedere, perseguibili sia di per sé sia per ciò che ne deriva.

Questa visione del Socrate platonico si pone nettamente in conflitto con il senso comune per cui la giustizia sarebbe paragonabile ad una terapia medica per la salute: sgradevole di per sé ma utile in vista di un fine. Glaucone, in quanto portatore di quest’opinione, fa ruotare la dicotomia tra giusto e ingiusto attorno al rapporto tra verità e apparenza, per cui l’estrema ingiustizia consisterebbe nel voler sembrare giusto per celare dietro questa parvenza la propria sostanziale ingiustizia, mentre la giustizia -secondo lo stesso meccanismo- si radicherebbe non nella volontà di sembrare giusto, ma nell’esserlo effettivamente.

Il paradosso che si viene a creare sta pertanto nel fatto che il giusto non deve mai sembrare tale perché, se così fosse, gli verrebbero tributati dei doni per quest’apparenza e non sarebbe dunque chiaro se egli agisca in vista degli onori o della giustizia in sé.

E’ fortemente affascinante considerare come Platone nel VI libro condensi tutto il suo metodo e le sue convinzioni in una favola, “il mito della caverna”, che narra in chiave allegorica della condizione  di uomini incatenati in una caverna e costretti a vedere proiettate di fronte a loro null’altro che ombre di statuette, scambiate erroneamente da questi prigionieri per immagini reali.

Platone evidenzia come la liberazione di un incatenato porterebbe quest’ultimo a vedere la realtà dei fatti: le ombre sono prodotte dall’azione di uomini che alle loro spalle hanno il fuoco e sono nascosti da un muro dietro il quale muovono le statuette; al di fuori della caverna è possibile trovare un punto di mediazione tra la visione mondana radicata alle erronee credenze della caverna e quella dell’universo delle idee tramite la contemplazione di un lago i cui riflessi  costituiscono la rappresentazione allegorica degli enti matematici.

La conoscenza di questi ultimi è infatti necessaria per giungere a cogliere le idee in sé (qui rappresentate allegoricamente dagli alberi) e poi gradualmente l’idea suprema, ovvero il bene, che nella visione platonica coincide con il bello ed è emblematicamente raffigurato dal sole visto che, esattamente come quest’ultimo illumina le cose reali, allo stesso modo l’idea del bene fungerebbe da luce rischiarante per il coglimento delle altre idee e ne costituirebbe il perno unificante.

Ciò che Platone punta ad evidenziare è la difficoltà nella reversibilità di questo percorso: si deve correre il rischio di essere accusati di follia  se si cerca di spiegare ai prigionieri la verità contemplata, perché ogni incatenato è fortemente radicato al suo incatenante contesto socio-culturale e gode nel trincerarvisi perché inconsciamente consapevole che al di là di quest’ovattato sistema di certezze non riuscirebbe a concepire in nessun modo il suo rapporto con il reale.

Il tentativo dell’azione filosofica di cui Platone, sulla scorta di Socrate, si fa promotore è il ribaltamento di questo meccanismo di irreversibilità, nella più profonda e cieca fiducia che la “semenza” degli esseri umani, ossia la loro sostanza, “non fu fatta perché essi vivessero come bruti, ma affinché seguissero la virtù e la conoscenza.”

Silvia Di Conno

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