Passengers: la possibilità di una nuova vita sulla colonia Homestead II

Il film fantascientifico Passengers , uscito in Italia il 30 dicembre 2016, è stato diretto da Morten Tyldum e scritto da Jon Spaihts.

Il titolo allude- oltre che alla condizione di transitorietà di noi passeggeri su un’imbarcazione precaria come la vita- ad un viaggio interstellare di distacco dal mondo: l’astronave Avalon, a gestione completamente automatizzata, sta effettuando un viaggio interstellare dalla durata di 120 anni e con destinazione la colonia Homestead II. Le persone a bordo sono oltre 5000 e sono sottoposte a sonno criogenico tramite l’ibernazione in una capsula: a causa di alcuni malfunzionamenti, però, il passeggero Jim Preston (Chris Pratt) si sveglia 90 anni prima dell’arrivo.

All’inizio confuso, il ragazzo pensa che i cent’anni siano trascorsi ma, nel momento in cui si rende conto di essere l’unico essere umano sveglio presente sull’astronave, comprende che la sua vita avrà fine ancor prima di esser giunto a destinazione. Ogni tentativo di salvarsi risulta essere vano: tanto ciò che è vicino come l’equipaggio quanto ciò che è lontano come la terra risultano essere inarrivabili, il primo perché irraggiungibile e la seconda perché il suo messaggio di risposta comporterebbe un’attesa di quasi 60 anni.

Dopo un anno vissuto in completa solitudine – se non per la compagnia del robot dalle sembianze umane di nome Arthur- Jim comincia a valutare l’idea di svegliare un altro passeggero. Passando dinanzi alle capsule trasparenti, nota la bella scrittrice Aurora Lane (Jennifer Lawrence); comincia a informarsi di lei tramite il computer di bordo: legge molti suoi scritti e vede video delle sue interviste. Si innamora dunque dell’idea virtuale che si fa di lei: da allora vive nel limbo di disperazione tra il “nulla da perdere” e il senso di colpa che l’ azione di svegliare Aurora gli provocherebbe.

Jim sceglie la prima strada: correre il rischio di instaurare un rapporto umano in una condizione di estremo pericolo, provare per l’ultima volta il gusto dell’annegare nel dialogo con gli occhi altrui. Egli decide dunque di lasciarsi aperta la possibilità di perdersi del tutto, prima di essere risucchiato dal ferro di quell’astronave costruita dagli uomini per il loro stesso profitto, ma poi divenuta un insieme di infernali indominabili ingranaggi.

Nel frattempo, mentre le funzioni vitali dei passeggeri sono pressocchè sospese in attesa dell’arrivo verso questa sorta di “terra promessa”, la vita che ciascuno di loro ha fino ad allora condotto sulla terra scivola senza far rumore su un testo in formato digitale che scorre su uno schermo posto a fianco ad ogni capsula.

La tecnologia sembra quindi farsi beffa della morte nella misura in cui rende possibile la scrittura di “lapidi digitali” la cui funzione è l’essere la precondizione per iniziare una nuova vita su un nuovo pianeta: esse sono un modo come un altro per non perdere eccessivamente il contatto con il proprio io di cent’anni prima, lo stesso io che decise di intraprendere un simile viaggio.

La deresponsabilizzazione nei confronti della vita precedente è dunque meramente illusoria: essa sembra effettiva nella misura in cui si avverte la vertigine della possibilità di ricominciare tutto daccapo ma, di fatto, il livello di deresponsabilizzazione si ferma fino ad un certo punto. La tecnologia permette infatti lo sganciamento del proprio essere dal contesto passato, ma non consente l’oblìo totale. In altri termini, essa – per quanto avanzata possa essere- non è in grado di rendere nullo il fardello della responsabilità, diretta conseguenza della scelta di ogni passeggero di lasciare la terra .

Il fatto che resti la responsabilità, però, non implica il riconoscersi in quelle che furono le motivazioni per lasciare la terra e partire per Homestead II: i passeggeri, al loro risveglio all’arrivo su questa colonia, potranno guardare i video in cui rilasciavano dichiarazioni sui motivi per cui stavano lasciando per sempre la terra, ma il ricordare tutto ciò non significa che vi si identificheranno ancora.

Credo, in altri termini, che la questione verta su quel sottilissimo filo tra l’atto del volere dell’io passato che prese la scelta di lasciare la terra cent’anni prima e l’io presente che si trova sul nuovo pianeta: l’ibernazione riuscirà a mantenere intatto quel filo, rendendo possibile la continuità tra l’aver voluto e il peso delle conseguenze di ciò che si è desiderato? Oppure può forse essere che i passeggeri non riconosceranno più le ragioni che li spinsero a partire un secolo prima e riproporranno così su questa colonia la versione più esasperata e tragica della vita sulla terra? Se, infatti sul pianeta terra si viene al mondo senza volerlo, su Homestead si ricomincia una nuova vita probabilmente non più convinti di volerlo fare.

 

Silvia Di Conno

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