Panikkar e il “lato oscuro” dei diritti

di Massimo Castellana

Quanto rappresenterebbe una giustificazione storico-filosofica molto importante, per quello che significano i diritti dell’uomo oggi.
Ma siamo sicuri che si tratti davvero di idee universalmente riconoscibili e condivisibili?
Se il lettore presta molta attenzione, si accorgerà che abbiamo sempre parlato di “Cristianesimo, Padri della Chiesa, Medioevo europeo, Illuminismo”… e così via.
Nella storia e nella filosofia dei diritti non hanno alcuna “voce in capitolo” tutte le culture e le tradizioni alternative a quella europeo-occidentale.
Avete presente quando si dice che “la storia la fanno i vincitori”?
Bene, sembra che anche la filosofia la facciano i vincitori, almeno in tema di diritti u-mani: non esiste un minimo accenno di idee o proposte derivanti dalla tradizione africana, asiatica, sudamericana…
Pare, dunque, che i diritti umani siano improntati esclusivamente sulla forma mentis dei vincitori-dominatori dello scenario globale del secolo scorso.

L’intellettuale catalano Raimun Panikkar, di origini indiane, ci permette di vedere il mondo da una prospettiva insolita, criticando il “carattere occidentale” dei diritti umani.
Egli ha coniato il concetto di Ermeneutica Diatopica: con questo intende una riflessione sul fatto che i loci (in greco tòpoi) delle varie culture, non collegate tra loro storicamente, rendono difficile la comprensione di una tradizione attraverso i filtri del-l’altra, ma sarà arduo anche il tentativo ermeneutico di costruire un ponte tra questi mondi.
Pertanto, prima di cercare delle risposte, occorre innanzitutto porsi la giusta domanda: la nozione di diritti umani è occidentale, oppure no?

Stando alla teoria del filosofo catalano: “I diritti dell’uomo sono una delle finestre, attraverso cui una cultura particolare si dà la visione di un ordine umano, giusto, per gli individui che vi partecipano. Ma, coloro che vivono all’interno di quella cultura non vedono la finestra. Possono vederla solo facendo appello all’aiuto di un’altra cultura che, a sua volta, vede attraverso un’altra finestra. Ora, io pongo come postulato che il paesaggio umano, così come è scorto attraverso una data finestra, è allo stesso tempo simile alla, e diverso dalla, visione che ne offre un’altra finestra. Se questo è il caso, dobbiamo mandare in frantumi le finestre, e fare di quei molteplici punti di vista una sola apertura spalancata – con il conseguente pericolo di un crollo della struttura – oppure dobbiamo allargare, il più possibile, i punti di vista e, soprattutto, far prendere coscienza alla gente del fatto che c’è, e che bisogna che vi sia, una pluralità di finestre?


Se si parte dal presupposto che “ciò che è a fondamento di una cultura non è forzata-mente a fondamento di un’altra”, occorre chiarire che i significati non sono trasferibili.

A questo punto entra in gioco un altro concetto fondamentale per Panikkar, quello di Omeomorfia: se, ad esempio, i diritti di cui parliamo rappresentano la base dell’esercizio e del rispetto della dignità umana, bisogna di conseguenza cercare “in che modo un’altra cultura soddisfa il bisogno equivalente”.

Il concetto di diritti dell’uomo non può considerarsi universale per 3 semplici ragioni:

  1. Nessun concetto è di per sé universale, essendo valido solo nello stesso luogo in cui viene concepito;
  2. Anche all’interno della stessa cultura occidentale, tanti corollari non sono condivisi da tutti allo stesso modo;
  3. Si discute sulla natura stessa del problema; ciò significa che la priorità non è cercare le giuste risposte, ma partire dalla stessa domanda, visto che un “problema” non è tale per tutti allo stesso tempo.

Non esistono valori capaci di abbracciare l’immensa mole di culture del mondo, per-ché “un valore non esiste in quanto tale”, se non in uno specifico contesto culturale.
I pericoli derivanti dall’occidento-centrismo culturale, oggi, sono evidenti e diversi.
Se infatti si pretende di attribuire una validità universale ai diritti dell’uomo, così co-me figurano nelle varie Dichiarazioni, significa dare come implicazione necessaria che la maggior parte dei popoli sia volta a un processo di transizione da una società “feudale” verso una modernità industrializzata.
Ma quello che è giusto per una società, non è detto che lo sia anche per un’altra società; se noi “occidentali” abbiamo particolari necessità a livello individuale e personale, non è detto che le abbiano anche i thailandesi, i congolesi, kazaki e così via: per gli indiani, per esempio, la comunità locale e nazionale viene prima di tutto, a volte persino prima della propria vita.
Tale idea sarebbe inconcepibile per un cittadino europeo.

È bene rendersi conto che molti Stati africani e asiatici hanno tradotto in pratica questa idea di dissenso, di scostamento dalle idee dominanti delle Nazioni Unite, mettendo in atto una politica di non-allineamento nei confronti dei suddetti diritti.
Essa costituisce un rifiuto netto di accettare la visione del mondo “imposta” dalle cosiddette super-potenze.
Ma tale critica trans-culturale non vuole essere distruttiva dell’ordine costituito con difficoltà negli anni, bensì proporre nuove prospettive e “tracciare i limiti di validità” della Dichiarazione dei diritti; essa può benissimo essere rivista in nome di altre concezione dell’uomo e della realtà.
Allo stesso modo, le argomentazioni di Panikkar non intendono distruggere quella che è la concezione moderna dei diritti umani, ma semplicemente integrarla con le diverse idee “omeomorfe” del mondo, anche laddove queste non abbiano la veste di veri e propri “diritti”.

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Antonio Calisi

Antonio Calisi

Direttore Editoriale

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