“Notre Dame de Paris, il musical”

notre-dame-de-paris[1]A Bari nella sede del Palaflorio nelle date dal 14 al 17 aprile si è tenuto il musical “Notre Dame de Paris”, prodotto da David Zard e tratto dall’omonimo romanzo del 1831 di Victor Hugo. Quest’ opera è stata riadattata in forma di musical grazie alla sceneggiatura di Luc Plamondon -curata nella versione italiana da Pasquale Panella- e alle mirabili musiche di Riccardo Cocciante.

Sin dall’inizio dello spettacolo si è immediatamente catapultati nel contesto storico della vicenda: la Parigi del 1482, rappresentata in modo pittoresco attraverso una serie di immagini che delineano il suo profilo socio-culturale di quel periodo. “Era il tempo delle cattedrali”, magnificenti opere umane testimoni del rivolgimento dell’io su se stesso nella contemplazione di Dio.

Lo spazio circostante a questi capolavori costruiti “pietra su pietra”  viene da subito popolato dal gruppo degli zingari di origine franco-spagnola che hanno occupato una zona periferica, detta “Corte dei Miracoli”. Privi sia di “bandiera” sia di ogni tipo di “fede”, questi clandestini vivono in una condizione primitiva che è al di là della giustizia: capeggiati da Clopin (Leonardo Di Minno) che è di professione ladro e assassino, mantengono una parvenza di legalità grazie agli spettacoli di magia allestiti per la popolazione.

L’unica figura atipica in questo gruppo, in quanto non si serve di furti e omicidi per sopravvivere, è rappresentata dalla bellissima Esmeralda (Lola Ponce), la cui sensuale danza nella piazza della cattedrale “Notre Dame” seduce due diverse solitudini: quella di Quasimodo (Giò Di Tonno), campanaro deforme della cattedrale e quella dell’arcidiacono Frollo (Vittorio Matteucci) che ha accolto e cresciuto il gobbo, abbandonato da piccolo dai genitori a causa della sua deformità.

Quasimodo è rappresentato come il reietto dei reietti, eletto dagli stessi zingari “Papa dei folli”. Le scene a lui dedicate si focalizzano, quasi come l’obiettivo di una macchina fotografica, sulla sua prospettiva straniata della realtà: egli osserva la vita cittadina dall’alto di una torre, svolgendo al tempo stesso il ruolo di protagonista della storia e di narratore esterno della stessa. Egli non conosce nessun luogo nel mondo all’infuori della cattedrale in cui è segregato e non ha nessun rapporto umano se non quello con Frollo a cui egli sa di appartenere come un cane.

Gli unici enti grazie ai quali Quasimodo resta attaccato alla sua sostanza di essere umano, senza così degradare allo stato bestiale, sono le fredde sculture di pietra della cattedrale e le campane che egli è condannato a suonare da sempre, vivendo nel paradosso dell’impossibilità di sentir suonare campane per lui. Nonostante tutto, esse, ogni volta che suonano, tacitamente riscattano Quasimodo, facendo riecheggiare le sue gioie e i suoi tormenti, sconosciuti a qualsivoglia essere umano.

L’arcidiacono Frollo è l’emblema dell’eterna lotta tra capacità raziocinante e istinti: nel suo monologo egli ricorda a se stesso di aver sempre avuto il cuore votato unicamente all’amore per la fede e per la scienza. Egli dunque non riesce a rintracciare in sé la matrice del suo sentimento nei confronti della bella zingara, ma si deresponsabilizza attribuendo ad Esmeralda un potere demoniaco. Egli, gettato nell’abisso della fissità del pensiero della zingara, la ama di un profondo odio, frutto della non accettazione dell’invincibilità del suo amore per Dio di fronte ad un’esotica bellezza.

Frollo inizialmente ordina a Quasimodo di rapire la ragazza, ma il piano viene mandato in fumo da Febo, capitano delle guardie di cui Esmeralda si innamora. Nonostante Esmeralda provi un forte sentimento per Febo, si lega a un poeta parigino che rischia l’impiccagione dopo essersi introdotto nel campo degli zingari: per salvarlo la bella gitana lo sposa.

Il fulcro della storia è il rapporto asimmetrico tra il gobbo ed Esmeralda, uniti da uno sguardo straniato sulla realtà, seppur da due prospettive diverse: Quasimodo guarda il mondo reale dall’alto, rimanendo quindi fisicamente lontano dagli eventi, mentre Esmeralda, proprio perché li vive direttamente, ha uno sguardo più sapientemente distaccato sulle cose, svuotato di quella curiosità di chi, come il gobbo, può solo affacciarsi alla finestra per contemplare la festa del mondo senza parteciparvi.

Quasimodo è fustigato e messo alla gogna in pubblico, così come successivamente Esmeralda, dopo essere stata fatta prigioniera da Frollo, sarà condotta al patibolo accusata di omicidio e stregoneria: l’arcidiacono, infatti, accecato dal desiderio, pugnala Febo alle spalle durante un suo incontro con Esmeralda in una locanda, in modo da far risultare che sia lei la colpevole dell’atto.

La ragazza, sottoposta a torture, si traveste della colpa che le è stata attribuita: l’assassinio di Clopin in combutta col diavolo. Questa demonizzazione di Esmeralda non è altro che il riflesso della ritorsione su se stessa della coscienza di Frollo che teme e dunque scrolla da sé tutto ciò che non riesce a decifrare, catalogandolo dunque come “demoniaco”: egli si abbandona così non solo all’illusione di una categorizzazione reale, ma soprattutto all’idea che la catalogazione sia una soddisfacente forma di comprensione.

Le solitudini di Quasimodo e di Esmeralda si sfiorano durante tutta la storia e si toccano quando il gobbo riesce a rapire la zingara durante la sua prigionia per farle sentire la voce delle statue, “mostri di pietra” suoi amici e delle campane, dando così dignità di realtà a una dimensione onirica fino ad allora vissuta in solitudine da lui stesso.

L’unico momento in cui le due solitudini si compenetrano è la morte di Esmeralda: il gobbo è vicino al corpo esanime della giovane e grida di strazio, comportandosi come chi, disperato, si spacca le mani nel cercare di mettere insieme i cocci di qualcosa ormai irrecuperabile; egli non si capacita che Esmeralda non potrà più lasciarsi trasportare dalla leggiadria dei suoi passi in un’armoniosa danza e, straziato da quest’irreversibile immobilità, si toglie la vita, così che la morte suggelli quel loro amore mancato in vita.

Silvia Di Conno

 

 

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