Nell’arca, la poesia di Wislawa Szymborska

Archivio della Cancelleria del Presidente della Repubblica di Polonia

Nell’arca è una poesia di Wislawa Szymborska, la poetessa polacca più importante degli ultimi anni, premio Nobel per la letteratura nel 1996, «per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà». Con questo testo sembra descrivere le sensazioni che stiamo vivendo in questo periodo, in cui la casa diviene la nostra arca di protezione, mentre fuori vi è una pioggia incessante, metafora non sono della pandemia in corso, ma anche di un impellente bisogno di purificazione interiore.

Nelle prime due strofe la poetessa presenta ciò che è contenuto nell’arca: “Comincia a cadere una pioggia incessante. /Nell’arca, e dove mai potreste andare: /voi, poesie per una sola voce, /slanci privati, /talenti non indispensabili, /curiosità superflua, /afflizioni e paure di modesta portata, /e tu, voglia di guardare le cose da sei lati”.

“I fiumi s’ingrossano e straripano. /Nell’arca: voi, chiaroscuri e semitoni, /voi, capricci, ornamenti e dettagli,

stupide eccezioni, /segni dimenticati, /innumerevoli varianti del grigio, /il gioco per il gioco, /e tu, lacrima del riso”.

Il verso iniziale presenta lo scenario apocalittico di una pioggia incessante, simile alla pandemia che stiamo vivendo che sembra non avere ancora fine. L’arca viene presentata come il rifugio che accoglie le poesie, ma anche elementi non sempre positivi, degni di essere salvati, come i “talenti non indispensabili”, “le paure e afflizioni di modesta portata”, “la curiosità superflua”, i “capricci”, i “segni dimenticati”, perché, sebbene possano apparire come elementi inutili, in realtà sono parte indispensabile di un progetto poliedrico, in cui non vi è discriminazione. Non vi è bellezza senza tristezza: ad un “tu” che desidera guardare le cose da più punti di vista si affianca la lacrima del riso.

Nella terza strofa l’autrice scrive: “A perdita d’occhio, acqua e l’orizzonte nella nebbia. /Nell’arca: piani per il lontano futuro, /gioia per le differenze, /ammirazione per i migliori, /scelta non limitata a uno dei due, /scrupoli antiquati, /tempo per riflettere, /e tu, fede che tutto ciò /un giorno potrà ancora servire”.

La nebbia impedisce la visione esteriore e acuisce quella interiore, consentendo di concentrarci sui nostri progetti personali, sui nostri sentimenti, tra i quali emerge la gioia per una diversità da approfondire ed accogliere, perché la scelta non è “limitata ad uno dei due”.

L’arca è anche il luogo ideale per ricrearsi nella riflessione; si rimane lì per un tempo determinato, fertile per far germogliare uno sguardo diverso, pronto ad affrontare il nuovo mondo rigenerato dalla tempesta.

Nella strofa successiva la poetessa immagina che tutti noi riuscissimo ad acquisire lo sguardo disincantato dei bambini che, pensando di vivere in una grande favola, sono certi del lieto fine: “Per riguardo ai bambini /che continuiamo ad essere, /le favole sono a lieto fine. /Anche qui non c’è altro finale che si addice”. È difficile, specie in situazioni disastrose, pensare ad un lieto fine, invece è proprio in questi casi che dovremmo sprigionare il bambino che è in noi.

La poesia si conclude in questo modo: “Smetterà di piovere, /caleranno le onde, /nel cielo rischiarato /si apriranno le nuvole /e saranno di nuovo /come si addiceva alle nuvole sugli uomini:/ elevate e leggere

nel loro somigliare/ a isole felici, /pecorelle, /cavolfiori /e pannolini /che si asciugano al sole”.

La strofa finale si presenta con toni molto speranzosi e quasi giocosi a tratti, soprattutto quando la Szymborska immagina le varie forme che possono assumere le nuvole. Ad ogni tempesta c’è sempre una fine, un sole pronto a risorgere e ad illuminare i nostri occhi da troppo tempo abituati al grigiore.

Martina Ragone

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