“E’ morale cercare la felicità?”: conferenza del professore emerito Enrico Berti all’Università di Bari Aldo Moro

 

Enrico Berti dal 1965 è professore di storia della filosofia antica all’Università di Perugia e dal 1969 di storia della filosofia nella stessa Università. Dal 1971 ha insegnato storia della filosofia presso l’Università di Padova. È stato docente anche nelle Università di Ginevra, di Bruxelles, di Santa Fé (Argentina) e nella Facoltà di Teologia di Lugano.

Dal 1983 al 1986 ha presieduto la Società filosofica italiana. Nel corso della sua brillante carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il premio dell’Associazione internazionale “Federico Nietzsche” per la filosofia e il premio Iannone per la filosofia antica.

E’ membro di varie accademie e istituzioni scientifiche tra cui l’Accademia nazionale dei Lincei, l’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, la Pontificia accademia delle scienze, l’Accademia galileiana di scienze, lettere e arti.

Il professore è stato a Bari il 20 aprile 2017 in occasione della presentazione alla libreria “Laterza” della sua traduzione di un testo antico tra i più controversi come la “Metafisica” di Aristotele. Prima di questa presentazione prevista per le 18.30, Berti ha tenuto una conferenza nell’aula B dell’ateneo barese che si è incentrata sulla tematica del rapporto tra moralità e felicità nella filosofia aristotelica ed è stata mediata dal professor Costantino Esposito.

Per affrontare il tema il professor Berti ha evidenziato come non si possa fare a meno di considerare quel processo di riabilitazione della filosofia pratica di Aristotele nella seconda metà del ‘900 in Italia, Germania e Stati Uniti. Determinanti a questo proposito sono i testi “Vita Activa” (1958) di Arendt e “Verità e metodo” (1960) di Gadamer: la prima ha ripreso la concezione etico politica aristotelica per discutere il rapporto tra libertà e necessità nella dimensione della città, mentre il secondo ha ritenuto che la filosofia pratica aristotelica sia considerabile come una prima forma di ermeneutica.

Con l’espressione “filosofia pratica” si intende sia la dimensione etica sia quella politica del pensiero aristotelico rintracciabili rispettivamente nell’ ”Etica Nicomeachea” e nel trattato “La politica”. Questo presupposto è irrinunciabile per Berti nel considerare come sia impropria l’interpretazione dei più secondo cui la vita contemplativa del filosofo sarebbe il valore supremo per Aristotele, in quanto sarebbe l’unica strada a permettere di raggiungere la massima felicità umanamente esperibile.

Il professore ha messo invece in luce come questa concezione sia sì rintracciabile nella conclusione dell’“Etica Nicomachea” ma per fungere da introduzione a “La politica”: leggendo congiuntamente le due opere, quindi, si può ben comprendere come il concetto di felicità sia da contestualizzarsi all’interno della dimensione pubblica e quindi politica della polis (città stato dell’antica Grecia).

I pilastri su cui si costruisce la felicità dei singoli sono infatti posti dai governanti della città stessa che delineano tutte le condizioni necessarie perché i cittadini siano liberi di svolgere attività fini a loro stesse. In altri termini, all’interno della città si traccia il contraltare di necessità per far sì che esso possa costituire le fondamenta del “palazzo” che i cittadini vorranno liberamente costruire: non è possibile infatti pensare che un cittadino possa scegliere in libertà di dedicarsi alle arti, alla politica o alla filosofia senza essersi tratto da un abisso di necessità garantite dalla città stessa, come ad esempio l’avere un’educazione e l’imparare a leggere e scrivere.

La città è dunque garante della libertà dei cittadini nella misura in cui traccia i vincoli necessari per la sua realizzazione. Questa visione, apparentemente simile a quella platonica, è in realtà sostanzialmente diversa se si considera – come lo stesso Berti ha affermato- che Platone ne “La Repubblica” eleva la felicità collettiva della città a bene supremo, trascurando le infelicità singolari, mentre Aristotele ne “La politica” afferma che “la felicità non è un numero pari che può risultare dall’unione di numeri dispari”, evidenziando così l’impossibilità di mettere tra parentesi i singoli per il bene collettivo.

Il professor Berti si è servito -come base per il suo discorso- del saggio filosofico “Modern Moral Philosophy” pubblicato dalla filosofa Gertrude Elizabeth Margaret Anscombe nel gennaio del 1958 su The Journal of the Royal Institute of Philosophy. Questo saggio ha segnato un punto di svolta nell’etica analitica nella misura in cui in esso Anscombe ha riabilitato la filosofia pratica aristotelica mettendo in luce come la ricerca della felicità abbia un valore morale nel pensiero di questo filosofo tanto dibattuto. La riconsiderazione del pensiero aristotelico ha per la filosofa sopra citata un valore determinante in un contesto come quello attuale in cui la morale non è più fondata su un comando divino.

Se essere felici consiste per Aristotele nel realizzare pienamente le proprie capacità, riuscendo a farle fiorire nel modo migliore possibile, raggiungendo così l’eccellenza (aretè) in quella data azione di nostra competenza, allora il bene è per Anscombe considerabile come oggettivo nella prospettiva aristotelica perché esso starebbe nel riconoscere la propria abilità e farla divenire eccellente.

Si può dunque parlare di universalità del bene sia perché l’adeguatezza di qualcuno allo svolgimento di un’azione sembra essere qualcosa di tangibilmente visibile da parte di tutti sia perché è compito di ognuno far germogliare la propria indiscutibile capacità in un dato ambito.

L’affermazione aristotelica nell’ ”Etica Nicomeachea” per cui il bene non sarebbe oggettivo può dunque -secondo il professor Berti- essere interpretabile nell’ottica per cui il desiderio umano è sì sempre il desiderio di un bene, ma lo statuto di quest’ultimo è da discutersi, visto che la ragione può errare indicando come bene ciò che sembra tale pur non essendolo.

Nell’affrontare il problema del bene Anscombe pone in parallelo l’utilitarismo e il pensiero aristotelico: la prima dottrina filosofica – fondata da Bentham- punta al raggiungimento in ogni ambito della maggior felicità possibile per il maggior numero di persone, in un’ottica del concetto di felicità che è dunque sia qualitativa sia quantitativa, visto che si ricerca tanto la massima intensità umanamente raggiungibile del sentimento quanto la maggior estensione possibile di questo.

Nella concezione utilitarista il bene ha dunque un carattere del tutto soggettivo perché esso assume le fattezze della preferenza dei singoli: la felicità per gli utilitaristi starebbe dunque nel ricercare ciò che si desidera. Questa visione entra dunque in collisione tanto con la visione del bene aristotelica di cui si è parlato quanto con il carattere universale della morale kantiana.

Kant ha infatti evidenziato come il fatto che la felicità sia naturalmente ricercata dagli uomini non implica che essa sia morale: la virtù e la felicità non possono infatti unificarsi nel mondo sensibile, ma solo nel regno dei fini.

Aristotele, invece, aveva riunito la moralità e la felicità all’interno della contingenza radicando l’oggettività del bene alla necessità posta dalla città che, operando in questo senso, fa sì che i cittadini possano divenire davvero tali emancipandosi dallo stato di bestialità: la polis fornirebbe infatti – come già detto- gli strumenti per far sì che gli abitanti sviluppino il loro libero arbitrio e lo volgano all’edificare la propria vita.

Come Anscombe sostiene, infatti, è necessario che tutti imparino a scrivere, indipendentemente dal fatto che lo preferiscano o meno. Aristotele stesso, infatti, afferma come l’uomo in quanto tale sia “grammatikòs”, ossia capace di apprendere la lettura e la scrittura: la città deve dunque fornire le condizioni per permettere il passaggio dalla potenza all’atto, cioè dalla potenzialità di imparare all’attualità dell’aver imparato, così che gli uomini possano davvero diventare umani, visto che il linguaggio è l’elemento che discerne l’uomo dalla bestia e fornisce la possibilità di vivere in società ed essere uomini politici.

 

Silvia Di Conno

 

 

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