“Moglie e marito”: un film di Simone Godano

 

Il film “Moglie e marito”, uscito il 12 aprile 2017 e diretto dal regista esordiente Godano, è una commedia surreale incentrata sulla storia di una coppia in piena crisi e in procinto di divorziare: i due sono Andrea (Pierfrancesco Favino) che è un neurochirurgo e Sofia (Kasia Smutniak), presentatrice televisiva emergente.

Già la prima scena del film presenta con brillante comicità l’incomunicabilità tra i due durante una seduta di psicoterapia: sembrano non comprendersi semplicemente perché troppo attaccati al proprio ruolo in campo lavorativo e sociale da riuscire ad ampliare il proprio raggio di veduta. Paiono così in un certo senso persone trasformate in personaggi, capaci solo di parlare e non di dialogare realmente tra di loro, semplicemente perché hanno messo da parte il proprio io più viscerale nella relazione con il partner.

La situazione sembra precipitare fino a quando qualcosa scuote lo squilibrio che si è creato: Andrea ha costruito un macchinario volto a trasferire momentaneamente i pensieri di una persona all’altra e viceversa grazie a degli elettrodi che captano le onde cerebrali. Coinvolge la moglie nella prova del macchinario che, però, anziché sortire l’effetto desiderato, trasferisce la mente di uno nel corpo dell’altra: ecco così che il corpo di Sofia ha in sé la mente di Andrea, mentre il corpo di quest’ultimo è guidato dalla mente di Sofia.

I due si trovano così costretti a vivere l’uno la vita dell’altra: Sofia con le sembianze di Andrea deve fare il neochirurgo e il padre, mentre Andrea con le fattezze di Sofia deve fare la madre e la presentatrice televisiva. Più si sforzano di mantenere credibilità a livello sociale più risultano teneramente goffi nei loro improbabili tentativi di sforzarsi di mutare non solo la propria identità di genere, ma anche il proprio vissuto, visto che lo scambio di mente ha ovviamente comportato lo scambio di ricordi.

Per esempio Andrea con la sua identità costruita su un dato vissuto, una volta nel corpo di Sofia, deve sforzarsi di essere femminile e rinnegare i ricordi della sua vita per far posto alla farsa dell’interpretazione della vita di Sofia , ma finisce di fatto a camminare come un tirannosauro sui tacchi e a sedersi a gambe aperte ad una trasmissione televisiva, mettendo così in luce come più ridicoli dei suoi comportamenti siano le convenzioni sociali.

Sofia, allo stesso modo, nel corpo di Andrea deve cercare di fingere al meglio ma, di fatto, sortisce l’effetto di far sembrare il marito un gay esaltato e del tutto incompetente nel suo lavoro.

L’idea fondante di questa pellicola ruota attorno alla visione per cui l’identità umana si costruisce sui ricordi del proprio vissuto, ma non nel senso che l’azione umana sarebbe così deterministicamente riconducibile agli atti precedenti, per cui si agirebbe in un modo piuttosto che in un altro sulla base del proprio passato, bensì in un’ottica per cui gli atti passati, sebbene non influenzino con un nesso causale diretto quelli presenti, sarebbero comunque necessari e imprescindibili perché irreversibili. Risulta dunque impossibile sforzarsi di mettere da parte i propri ricordi per essere un’altra persona: ecco perché questo scambio di identità e quindi di ricordi non può che rivelarsi uno sfacelo.

Ad ogni modo, per quanto disastroso, questo scambio di identità fa emergere con una chiarezza disarmante come quel tentativo di ritrovare l’empatia con l’altro tramite le sedute di psicoterapia fosse del tutto teorico e futile di fronte all’esigenza forzata del vivere nel corpo dell’altro, visto che solo sentendo la propria mente nei panni altrui sembra possibile comprendere e non limitarsi a descrivere etichettando.

I ricordi, infatti, ad un certo punto iniziano a fondersi: Sofia nel corpo di Andrea comincia a scorgere anche i ricordi di quest’ultimo e viceversa. In questo modo, l’uno ha la possibilità di vivere esattamente cosa l’altro ha vissuto in momenti critici, ponendosi così nel “mentre” dell’esperienza e non nel vuoto “a posteriori” del linguaggio che, pur descrivendo, non può cogliere il divenire delle sensazioni perché le congela in statiche parole.

La possibilità a cui vanno incontro i due protagonisti è quindi duplice: vivere la vita dell’altro nel suo corpo ma conservando la propria mente e coincidere con l’altro avendo visioni di momenti passati in cui quest’ultimo ha compiuto scelte da noi bollate come sbagliate.

Dunque da una parte tramite il mantenimento della propria mente nel corpo e nella vita altrui è possibile guadagnare la giusta distanza necessaria ad una reale comprensione dell’altro, d’altra parte in alcuni istanti si combacia con istanti determinanti per l’altro, in modo da farli scottare sul proprio stesso io per vederli davvero.

 

Silvia Di Conno

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