Luci ed ombre del Postmoderno

postmodernismo-1024x768L’epoca storica di cui siamo protagonisti, nata dalla  crisi della modernità e per questo definita Postmodernità, si regge su alcuni pilastri imprescindibili: economia e finanza estese globalmente,  innovazioni nelle comunicazioni, nella produzione industriale e nei trasporti, invadenza dei mass media nelle convinzioni personali, incontrollabile ed ingente flusso di notizie provenienti dal web, utilizzo spasmodico delle piattaforme digitali. Che piaccia o no, siamo più che mai una umanità, un villaggio globale tanto telematicamente quanto fisicamente.
Mentre alcuni, guardando con fiducia e ottimismo l’esperienza postmoderna, ne celebrano il pluralismo, il progresso, la giocosità e il senso di affrancamento dai “dogmi” del passato, altri sembrano non ammirare allo stesso modo questo “pastiche”. Paradossalmente il tanto ventilato progresso e la tanto esaltata globalizzazione – sia essa telematica, economica, tecnologica o turistica – non fanno altro che allontanare violentemente i cittadini dal mondo, dalla realtà e dalla verità delle cose.

Perché quella di oggi è si una società interconnessa e culturalmente pluralistica, ma anche decentralizzata e caotica, priva di un vero centro dominante di potere politico e di produzione intellettuale. Soprattutto, è un mondo nel quale le idee sono semplici simulacri- rappresentazioni autoreferenziali e fini a se stesse – e in cui mancano fonti di comunicazione e di senso realmente autentiche, stabili o anche semplicemente oggettive. Un’ iperrealtà  che fa della sudditanza a fenomeni distorti e mediati il suo credo e che si basa su “verità” troppo fragili per non comportare inquietudine e scetticismo.

Non stupisce, dunque, che sia nata una querelle tra accademici e non sul senso del Postmoderno, sull’effettiva felicità che appartiene ai cives nel mondo attuale.
Baudrillard e Ferraris, due filosofi contemporanei di spessore, potrebbero fungere da snodo interpretativo  per chiarirne alcune “ombre” .

Jean Baudrillard è stato fautore di una critica radicale, scagliata con veemenza contro la Postmodernità. A suo avviso non solo non esistono più una Realtà e una Verità, ma esse si sono capovolte in pura finzione. Mero Reality. Come nella caverna platonica la società attuale, da lui definita società simulacro, si compone non solo di immagini tra immagini ma anche da un’infinita sequela di opinioni divergenti e da un incessante accavallarsi di informazioni senza possibilità di rifarsi ad una Verità superiore pronta ad indirizzare le coscienze. Si vive nel costante rifacimento al simulacro. Concetto seducente quanto ambiguo, che indica una copia perfetta di qualcosa di cui non è mai esistito l’originale, un’immagine che vive di per sé  e che simula la realtà senza davvero rappresentarla.
Tutto ciò sembra essere metafora  della gigantesca contraffazione virtuale in cui viviamo, paradossalmente ritenuta l’unica realtà plausibile. Il pubblico a cui i media si rivolgono, ad esempio, non fa altro che subire programmi edulcorati o immagini spettacolari, anche se asettiche e selezionate ad arte, capaci di riprodurre la realtà dentro una formula perfetta, depurata di tutte imperfezioni e contraddittorietà del presente. In questa prospettiva tutto, anche il Bene, subisce un’oscena contraffazione allo scopo di rafforzare la coesione sociale. Il massimo della disinformazione con la maggiore quantità possibile di messaggi: questo l’esito tangibile.

E’ proprio di fronte a questo occulto declino insito nella Postmodernità che andrebbe recuperato l’imperativo categorico kantiano del dovere: la realtà è un obbligo, « qualcosa che resiste e che insiste, ora e sempre», come scrive Maurizio Ferraris. Legando il suo nome ad un’opera innovativa, Il Manifesto del nuovo realismo, questo filosofo e accademico italiano decreta la necessità di un recupero del senso di realtà non solo nella vita dio tutti i giorni, ma anche nel pensiero filosofico e letterario.
A suo avviso il postmoderno si è compiuto ma gli esiti emancipativi profetizzati –libertà, affrancamento, indipendenza- si sono rovesciati, in fin dei conti, in un utopismo violento.
Regna sovrano infatti, al pari di un tiranno o di un dittatore, solo  il «populismo mediatico» , un sistema nel quale un’oligarchia di potenti detentrice dei media è in grado di orientare l’opinione pubblica e far credere a chiunque qualsiasi cosa. La tanto ventilata emancipazione della globalizzazione mediatica si è trasformata così in uno strumento di asservimento e di dominio dei più forti, economicamente, sui più deboli.
Ricondurre l’attenzione, degli esperti come dell’uomo comune, sul valore etico-filosofico della Realtà, intesa come Verità, in questo mondo sempre più tecnologizzato, caotico e dispersivo significa non farsi più soverchiare dalla finzione e l’inautenticità di una realtà ridotta a show. Ma, soprattutto, significa allentare le corde dell’intricata rete del poliprospettivismo odierno e fornire un’ancora salvifica all’uomo odierno, troppo spesso  affascinato dal sogno e dall’illusione che non bisognoso di verità.

Francesca Rotondo

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