Lion, la strada verso casa

Il film “Lion”, diretto da Garth Davis e uscito nelle sale cinematografiche italiane il 22 dicembre 2016, è tratto dalla storia vera di Saroo Brierley, un bambino indiano di cinque anni che una notte del 1986 decide di seguire il fratello maggiore Guddu nel distretto indiano di Khandwa per trasportare delle balle di fieno.

Il piccolo Saroo si smarrisce e sale su un treno fermo per cercare Guddu: il treno, però, non è quello diretto a Burhanpur che il fratello avrebbe dovuto prendere. Esso è infatti diretto a Calcutta: parte e percorre 1600 km, arrivando così a destinazione. Durante il viaggio il bambino si muove disperato come una trottola impazzita che ruota invano su se stessa su questo treno completamente vuoto, in quanto non adibito al trasporto di persone.

Una volta giunto a Calcutta, non avendo conoscenza del bengalese, Saroo non riesce a spiegare il suo luogo di provenienza: ha solo in mente l’immagine della desolata stazione da cui è partito.

Mirabile interpretazione del piccolo Sunny Pawar, bimbo indiano di solo otto anni che ha reso in modo inimitabile la disperata solitudine di chi è di colpo stato sradicato ed è impossibilitato a comunicare il suo vuoto perché parla una lingua agli altri incomprensibile, sia a livello di parole sia a livello emotivo.

Il suo sguardo cerca invano il fratello in un enorme mercato affollatissimo di Calcutta, come se tutti i chilometri percorsi da casa sua a Calcutta fossero stati solo una parentesi onirica.

Dopo esser riuscito a scappare da una signora che mostra benevolenza nei suoi confronti solo per utilizzarlo per il commercio d’organi, il piccolo incontra un uomo che lo mette in contatto con le autorità: cercano di capire da dove il bambino provenga, ma i suoi grandi occhioni scuri gridano muti il nome della mamma e del fratello.

E’ condotto quindi ad un orfanotrofio dove il suo dolore si acuisce annegando negli sguardi di altri orfani maltrattati dai responsabili dell’orfanotrofio stesso: fortunatamente, però, dopo qualche mese l’incubo di Saroo termina con la sua adozione da parte di una coppia australiana (David Wenham e Nicole Kidman).

Il ragazzo cresce in equilibrio fino a quando la mancanza delle sue origini torna a farsi sentire non più come una mera assenza, ma come una bruciante presenza, talmente tanto ingombrante da impedirgli di continuare a vivere serenamente i suoi anni di studi universitari a Melbourne dove si è trasferito.

Questo presente gravido di immagini passate perseguita in ogni istante il protagonista, interpretato ora da Dev Patel: il volto della mamma e del fratello si sostituiscono ai visi adesso cari e i luoghi presenti sembrano assumere la forma delle vie della sua povera città natìa.

Con l’aiuto di Google Earth e dei suoi ricordi d’infanzia, Saroo si mette alla ricerca della sua famiglia: analizza ad una ad una tutte le stazioni ferroviarie dell’India fino a che non trova quella giusta e quindi il suo luogo d’origine, Ganesh Talai.

Vi fa ritorno e riesce a riabbracciare sua madre, straziata e incredula come può essere solo chi rivede dopo venticinque anni un figlio scomparso.

Saroo riesce a stringere di nuovo tra le sue braccia anche la sorella maggiore, ma non il fratello Guddu, morto investito da un treno quella stessa notte di venticinque anni prima in cui Saroo si smarrì.

L’avvicinamento all’io del passato è dunque solo asintotico: niente potrà riportare indietro al protagonista il sorriso di Guddu. Ad ogni modo, le lacrime piante con la madre e la sorella sembrano riaprire le loro stesse cicatrici e quelle di Saroo per purificarle prima che sia troppo tardi.

 

Silvia Di Conno

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