“L’eleganza del riccio”, un fenomeno editoriale

Il libro “L’eleganza del riccio”, scritto dalla francese Muriel Barbery e pubblicato per la prima volta il 20 giugno 2006, è stato un successo editoriale. Ha infatti avuto ben 50 ristampe ed ha venduto oltre 2 milioni di copie, occupando il primo posto nella classifica delle vendite dell’editoria per quasi un anno. Ha vinto numerosi premi letterari tra cui il Premio Georges Brassens 2006, il Premio Rotary International e il Prix des Libraires assegnato dalle librerie francesi. Nel 2011 il romanzo ha raggiunto oltre 5 milioni di copie vendute in tutto il mondo.

I due personaggi attorno a cui ruota il romanzo sono una portinaia vedova di nome Renèe e una bambina prodigio di 12 anni di nome Paloma. La portinaia lavora ad un palazzo signorile di Rue Grenelle: è apparentemente sciatta, pigra, tv dipendente e dedita solo alla cura del suo gatto e alle faccende domestiche. In realtà, Renèe si serve della maschera della sciatteria semplicemente per celare ai condomini la sua cultura spaventosa: quest’ultima, infatti, in ogni suo lembo protegge la leggiadrìa della sua anima dalla alienante quotidianità in cui è immersa.

Arte, musica classica, filosofia, cinema e cultura giapponese sono i luoghi in cui il suo essere abita solitario: ella definisce infatti i libri e le parole “armi prodigiose” di cui l’essere umano può appropriarsi per resistere alla propria natura aggressiva da primate, rinascendo così una seconda volta.

Paloma è invece una ragazzina di alta estrazione sociale che abita nel lussuoso palazzo di cui si occupa la portinaia: è vittima di una famiglia di cui non si sente parte. Il padre è Ministro della repubblica e fa leva sul suo spirito collerico per imporsi nel mondo; la madre è una donna che cela dietro la sua alterigia una sostanziale fragilità e insicurezza; la sorella scade in fanatismo facendo della sua erudizione filosofica uno strumento di potere nel mondo e non un mezzo di reale comprensione dello stesso. Paloma, dotata di un acume che è ai limiti del paradosso per una dodicenne, cresce quindi con una fortissima tendenza alla distruzione che sfoga nelle sue aspirazioni da piromane.

La storia ha un’impostazione a dittico: la prospettiva della portinaia e quella della bambina sono infatti alternate in modo da far sì che si intreccino nell’osservazione di tutto ciò che accade, vicine quasi da combaciare, ma mai annullantesi l’una nell’altra. Entrambe scrivono un diario: la ragazzina lo divide in due sezioni “pensieri profondi” e “movimenti del mondo”. Nella prima rincorre il libero fluire della sua mente, mentre nella seconda insegue quegli istanti di ineffabile bellezza in cui creature del mondo, muovendosi, consumano il passaggio dal non essere più al non essere ancora.

La ragazzina resta tuttavia disincantata nella sua ricerca disperata di ragioni per cui valga la pena stare al mondo: teme infatti che la letteratura sia una specie di televisione in cui si guarda “per attivare i neuroni specchio e concedersi a buon mercato i brividi dell’azione” e che gli stessi movimenti del mondo di cui ella si inebria per poi fissarli sulla carta siano “un’estasi per interposta persona”, visto che, vivendoli in prima persona, non li si può percepire nella loro magia, in quanto quest’ultima si svela solo agli immobili osservatori esterni all’azione stessa.

Ad ogni modo, per quanto si sforzi, la piccola Paloma non riesce ad essere una cinica disfattista: nonostante tutto, infatti, crede nella possibilità umana di costruire “ad ogni costo e con tutte le proprie forze” per autosuperarsi perennemente e rendere eterno ogni giorno. Il futuro, visto in questo modo, può acquisire il valore di forza motrice, divenendo una molla per agire nel presente e non il luogo dove riporre il fatale sopraggiungere delle proprie forze per fare ciò che ci si sente incapaci di fare nel presente.

La portinaia, invece, scrive per suggellare quei momenti in cui, “sollevati dal peso della decisione e dell’intenzione, navigando sui nostri mari interiori, assistiamo ai nostri movimenti come se fossero le azioni di un altro e tuttavia ne ammiriamo l’involontaria eccellenza”. Per questa ragione ella paragona lo scrivere all’arte del falciare o ad un “parto indolore”: a Renèe sembra infatti di assistere alla nascita sulla carta di frasi che sfuggono alla sua volontà e prendono vita sul foglio, rendendola consapevole di ciò che non pensava di volere.

La portinaia e la ragazzina si annusano reciprocamente spiando l’una la solitudine dell’altra e sentendosi per questo complici nel loro aver un punto di vista straniato del mondo, con la differenza che Paloma vi ha accesso dal decimo piano di un palazzo signorile, mentre la portinaia da uno squallido appartamento del seminterrato. Nel momento in cui fanno amicizia, però, Paloma preferirà di gran lunga quest’ultimo come rifugio per star lontana dall’insopportabile aria di arrivismo dei piani alti e della sua stessa casa.

Il personaggio che funge da collante tra Paloma e Renèe è il giapponese Ozu, un nuovo abitante del lussuoso palazzo. Diversamente dagli altri condomini, infatti, egli non si trincera in uno snobismo carico di sdegno verso gli altri, ma è umile e discreto. Persino Paloma, solitamente diffidente verso tutti tranne che nei confronti di Renèe, è profondamente attirata da lui.

Tra il signor Ozu e la portinaia nasce un’amicizia che per la prima volta nella sua vita- da dopo la morte del marito- non la fa sentire sola. Accomunati dalla passione per l’arte, per la musica classica, per i film e per la cultura giapponese, i due sono sempre più in sintonia, fino a quando un evento del tutto casuale stravolgerà le sorti della storia, quasi a ricordare che l’attività di costruzione nel presente è tanto imprescindibile quanto profondamente labile.

 

Silvia Di Conno

 

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