Le direzioni del racconto: dialoghi con Italo Calvino

listener-123L’8 novembre all’auditorium Vallisa di Bari si è tenuto uno degli incontri previsti dal programma della decima edizione de “Le direzioni del racconto”, un progetto sulla narrazione letteraria della Compagnia  Diaghilev.

Gli attori Paolo Panaro e  Vito Lopriore hanno recitato stralci di interviste rivolte allo scrittore Italo Calvino in tempi diversi: Panaro ha interpretato lo scrittore intervistato e Lopriore, invece, il giornalista che gli poneva le domande.

I brani suonati al pianoforte dal prof. Rosario De Gaetano hanno intervallato le dichiarazioni dello scrittore lasciando adagiare mollemente le parole nel linguaggio delle note musicali  tramite un’inscindibile fusione delle une con le altre, fino a non far più comprendere se per la mente umana sia precedente il concetto o l’intuizione sensibile (uditiva) dello stesso.

E’ emersa la figura di un Calvino sempre un passo indietro rispetto a se stesso sia nel momento della produzione letteraria sia dopo la stessa: egli, infatti, ha raccontato di come scrivere sia sempre stata per lui una mostruosa fatica, paragonabile a quella di un artigiano.

Così come quest’ultimo lotta con la materia per darle forma, allo stesso modo scrivere per Calvino è stato come lottare con la lingua per plasmarla alle proprie esigenze: sottomettere il linguaggio alla propria volontà portando un’idea dall’abisso della potenzialità all’effettività dell’attualità richiede una disponibilità a sopportare “il sudore della fronte” pari a quello di chi erge costruzioni pretendendo che reggano il peso del tempo.

In questo senso Calvino è a un passo da sé nel momento della stesura dei suoi scritti: si guarda scrivere, non coincide con la sua stessa creazione, in quanto non lascia scorrere la sua penna fluidamente alla velocità dei pensieri, ma cerca tempo.

Alla sua scrittura non interessa arrivare in tempo, ma porsi nello stesso solcandolo in ogni suo lembo: da questo punto di vista -secondo lui- risultano essere determinanti i così detti “tempi morti” per lo scrittore. Non scrivere per un po’ cercando l’ispirazione aiuta l’idea a ritrovarsi e ad autocomprendersi meglio fino ad essere abbastanza matura da divenire  fluidamente rendibile per il suo autore tramite segni linguistici da sottomettere.

L’origine della produzione calviniana è duplice: un’idea avente il volto di un concetto oppure di un’immagine sensibile possono alternativamente richiedergli di essere messe per iscritto, decidendo poi di mutare in corso d’opera. Spesso, infatti, le intenzioni originarie cambiano assumendo forme del tutto inaspettate oppure vengono del tutto sostituite divenendo tutt’altro.

Calvino è poi lontano da sé anche quando conclude le sua sofferta opera: ogni suo libro, una volta pubblicato, assume una forma del tutto indipendente dal suo autore, perennemente insoddisfatto della compiutezza dei suoi racconti che restano incessantemente aperti.

Egli affermava infatti che: “scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi trovata”. Calvino sceglie nascondigli da scovare e ne lascia inutilizzati altri innumerevoli regalando ad ogni lettore una diversa -perché soggettiva- consapevolezza di cosa quest’ultimo stia effettivamente cercando nelle parole che legge: una scoperta più che rilevante, visto che scoprire il proprio oggetto di ricerca è più che qualcosa di fronte all’impossibilità di svelarsi del tutto a se stessi.

Con l’ironia e l’umiltà di chi non si atteggia a profeta sulle sorti dell’umanità, Calvino afferma di non aver mai perseguito una linea poetica in particolare per evitare di dover mantenere una scomoda coerenza ai suoi principi: quando i critici hanno cercato di cristallizzare il flusso della sua scrittura in teorie, egli li ha sempre depistati mutando direzione.

L’unico obiettivo nel suo lavoro è stato la lotta con l’abisso della potenzialità, rintracciabile tanto nel linguaggio che aspetta di essere plasmato, quanto in quel velo denominato “fantasia”, un insieme di immagini che riveste il reale rappresentandone l’ombra speculare.

Silvia Di Conno

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