L’artista Giuseppe De Nittis compie 170 anni (3a parte)

IMG_0761Riprendo l’intervista al prof. Lamacchia – dopo che ci ha parlato delle condizioni di conservazione e fruizione delle opere del De Nittis che non favoriscono quello che chiama il’vero successo’ dell’Artista – curioso di sapere ora quale modalità di approccio all’opera può contribuire a gettare nuova luce o a lasciare tutto nello status quo.

– Chi può contribuire più efficacemente in quest’operazione?

– Indubbiamente l’ente che dovrebbe dare impulso è quello che ha accettato la donazione e l’onere di occuparsene al meglio, cioè Barletta, e gli studiosi a cui affida gli incarichi di volta in volta necessari a dare lustro al genio del De Nittis e del Museo. Infatti, non si tratta di una piccola raccolta, infatti non era facile negli anni dieci del secolo scorso venire in possesso di una collezione di quelle proporzioni. Madame, nel suo testamento olografo aveva scritto di suo pugno ‘conto sul loro onore’, riferendosi ai concittadini del marito che avevano dato tante prove di accoglienza e di sincera stima per il suo genio, negli anni in cui era in vita e in quelli successivi. I francesi invece, a suo avviso, dopo la morte, lo avevano dimenticato.

– Ma aveva ragione di credere che fosse stato ‘dimenticato’?

– Mah, … io mi meraviglio delle tante volte in cui il De Nittis si trova citato nei quotidiani francesi fino anche agli anni trenta. Benedite negli anni venti aveva scritto in un opuscolo che nessuno poteva immaginare la notorietà di cui aveva goduto in vita a Parigi. Credo quindi che Madame si riferisse al riconoscimento che dopo la morte può sostanziarsi solo con lì acquisizione delle opere in un museo.

Certo la vedova non poteva neppure immaginare il cambiamento del sistema di fruizione delle opere, oggi di taglio spiccatamente popolare. Ai suoi tempi, nell’elite che s’interessava di arte, al massimo aveva potuto osservare polemiche tra gli studiosi per l’inconciliabilità delle chiavi di lettura di opere e movimenti.

Non avrebbe mai potuto supporre che in futuro lo studio individuale, la lettura più documentata e vicina all’arte del marito, avrebbe avuto serie difficoltà ad emergere senza esposizioni, stampa, televisione, radio, ecc. ecc.

Il suo progetto era molto semplice: aveva vissuto di stenti per lasciare le opere più importanti a Barletta insieme ai documenti, in modo che tutto fosse messo a disposizione degli studiosi. Probabilmente immaginava il museo come un luogo protetto per le opere, una fucina di studi, un luogo che vendicasse con una passione patriottica il genio del marito.

– Cos’è che non ha funzionato?

– A me sembra che a determinare la situazione attuale tra le varie che si sarebbero potute verificare, giochi prima di tutto il fatto che De Nitts è uscito dalla scena artistica tre volte. Una prima volta, inevitabilmente, quando è morto; una seconda volta quando la sua donna ha destinato le opere a Barletta; idealmente, una terza volta, quando le operazioni culturali che si intraprendono non riescono a reinserirlo nella scena artistica.

Antonio Calisi

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Antonio Calisi

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Direttore Editoriale

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