L’artista Giuseppe De Nittis compie 170 anni (2a parte)

DNRiprendo l’intervista al prof. Lamacchia per conoscere il suo bilancio sulla vicenda critica di Giuseppe De Nittis.

–  La scorsa volta hai detto a proposito dell’arte del De Nittis che ‘potremmo approda re ad una conoscenza più profonda ’ – che solo pochi suoi contemporanei avrebbero potuto vantare – e che questo potrebbe dargli un successo più grande di quello conosciuto in vita. Cosa manca ancora per raggiungere o avvicinarci a questo risultato?

–  Eh! Mancano un bel po’ di cose. Partiamo da quelle strumentali. Prima di tutto il museo che meriterebbe  dopo 103 anni dalla donazione della vedova.

–  Cos’ è che non va?

–  E’ solo la quarta sistemazione delle opere (prima erano state accatastate nella soffitta del Teatro Curci, poi nella Biblioteca, poi nell’ex Convento di San Domenico), certamente la più adeguata, ma nel frattempo è cambiato il modo di conservare, preservare ed esporre le opere, e penso che De Nittis possa meritare il meglio che offre la tecnologia oggi. Sarebbe un modo per compensare lo svantaggio di una collocazione inadeguata.

–  Stai dicendo cioè che il fatto che le opere siano a Barletta non le favorisce? Perché? 

–  Bisogna pensare che fatto salvo qualche studietto, la gran parte delle opere del De Nittis rimaste nella casa della vedova e destinate a Barletta hanno molti più punti di contatto con la ricerca francese che con quella italiana (infatti l’artista dice di aver venduto subito gli studi giovanili fatti in Italia).  Madame sapeva bene che le opere avrebbero trovato la giusta collocazione al Louvre, ma non era riuscita a creare un interesse tale perché questo avvenisse. Era rimasta delusa dalla disattenzione dei suoi connazionali per l’opera del marito.

–  Ma allora la destinazione a Barletta è stato un ripiego?

–  No, un punto di forza, Era la soluzione che alla lunga vedeva vincente. Contava sull’onore dei concittadini del marito che aveva visto sempre entusiasti, appassionati. Li aveva ricevuti anche tanti anni dopo la morte del marito e la sua casa era apparsa a tutti già un museo.

Bisogna ammettere però che questo distacco delle opere del De Nittis dall’ambiente culturale in cui sono nate, non favorisce il raffronto con quelle degli artisti contemporanei a lui più vicini  el’attenzione, gli studi, le valutazioni e le fruizioni che conducono a quel vero successo dell’artista di cui parlavo la volta scorsa.

Certo oggi la tecnologia di cui disponiamo consente di avvicinare i due mondi. Ma la tecnologia non può fare tutto. tanto più che il lavoro è innegabilmente più complicato. Occorre un apporto serio dell’uomo.

–  Quindi dalle condizioni strumentali che impediscono il ‘vero successo’ come lo definisci tu, passiamo all’analisi dell’apporto umano?

–  Precisamente. E cercare il filo rosso delle opere del nostro e di quelle degli italiani e dei francesi non è facile. E occorrono delle operazioni preliminari.

Ne potremo parlare.

Antonio Calisi

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Antonio Calisi

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Direttore Editoriale

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