L’arte di De Chirico dialoga con la filosofia: conferenza al castello di Conversano

locandina-presentazione-catalogoIl 29 ottobre nella sala convegni del Castello di Conversano si è tenuta una conferenza incentrata su un’analisi filosofica delle opere del “pictor optimus” De Chirico esposte nello stesso castello dal 10 luglio e visibili fino al 20 novembre: la mostra- promossa dal festival “Il libro possibile”- è stata prorogata fino a questa data per via dell’ enorme affluenza di visitatori (20 000 fino ad ora).

Essa propone una selezione di 50 opere fra dipinti, litografie e qualche bronzo che fanno emergere la valenza metafisica della pittura di De Chirico: i suoi manichini senza volto sono allegoria non solo dell’uomo automa contemporaneo, ma anche e soprattutto dell’impossibilità di comunicazione che si radica alla base d’essere degli uomini di qualunque tempo.

La prof.ssa Annalisa Caputo, docente di “Linguaggi di Filosofia” presso l’università di Bari, è stata la relatrice della conferenza: ha proposto vari percorsi di lettura dell’arte di Chirico, soffermandosi su alcune opere.

La prima via di lettura individuata dalla prof.ssa è stata quella narrativa: in questa strada si incrociano tanto il primo livello di fruizione dell’opera, quanto uno più specificamente letterario. E’ infatti possibile guardare i castelli e i cavalieri rappresentati come nulla più che immagini proiettate dal mondo dell’infanzia oppure inoltrarsi più in profondità per concepirli come figure estratte dal mondo della letteratura: nei castelli di De Chirico sembrano infatti riecheggiare sia il castello di Atlante dell’ “Orlando Furioso” di Ariosto sia “Il Castello dei destini incrociati” di Calvino.

Essi sono speculari nella misura in cui nel primo i vari personaggi smarriscono i propri desideri in quanto questi ultimi si rivelano nella loro inconsistenza: non sono altro che simulacri, ombre di ciò che i paladini speravano di trovare; nel secondo, invece, i vari avventori del castello hanno perso la loro capacità di parlare. Ad ogni modo, il mazzo di tarocchi posto sul tavolo dal castellano e dall’oste è l’occasione per i commensali per raccontare la propria storia senza far uso della parola.

Tanto in Ariosto quanto in Calvino, quindi, il castello è allegoria della perdita e al tempo stesso del ritrovamento di ciò che si è smarrito in una forma però diversa da quella iniziale: infatti nel castello di Atlante gli oggetti del desiderio persi assumono la consistenza di ombre, mentre nel castello dei destini incrociati la voce smarrita acquista la forma delle immagini dei tarocchi.

Altra strada di lettura delle opere di De Chirico tracciata dalla prof.ssa è quella introspettiva: quei manichini privi di volto risultano essere specchi rovesciati del proprio io nella misura in cui ne rivelano i punti di frattura, di discontinuità e dunque la fallibilità di qualsivoglia corazza, lasciando al fruitore dell’opera la domanda sulla realtà effettiva del proprio essere, su quanto esso sia autentico e quanto una marionetta frutto delle convenzioni sociali.

A tal proposito la docente si è riferita  al quadro “Ritorno al castello” mettendolo in relazione con “Ritorno al castello avito” : se il primo è caratterizzato da un paesaggio luminoso e rappresentato nei particolari con al centro della scena un cavaliere dall’atteggiamento eroico, nel secondo invece l’oscurità del crepuscolo avvolge i confini non delineati tanto del paesaggio quanto del cavaliere ricurvo su di sé.

“Ritorno al castello” risulta dunque essere incompleta se letta singolarmente: la sua verità risiede infatti in “Ritorno al castello avito” che fa emergere ciò che soggiace alla corazza di cui l’io si veste finendo col diventare un edulcorato di se stesso. In altri termini, la prima opera rappresenta un simulacro dell’io, fatto di quella stessa finta consistenza dei desideri umani nel castello di Atlante, la seconda invece  l’autentica contraddittorietà dell’essere: essa assume la forma tangibile di contorni della sagoma del personaggio tracciati a zig zag.

Altra strada di lettura delle opere individuata dalla prof.ssa è quella filosofica: De Chirico stesso afferma di rifarsi al filosofo Nietzsche nell’affermazione di una nuova metafisica. Infatti, se la metafisica classica -inaugurata da Platone- si occupava di trascendere le cose, cioè di andare al di là delle stesse, la nuova metafisica si pone l’obiettivo di scavare all’interno delle cose, cercando il loro fondamento in esse stesse  e non in una realtà parallela.

Altra via di interpretazione di De Chirico è quella delle relazioni interpersonali: nell’opera “Battaglia sul ponte” (1969) la dimensione bellicosa e liquida dei rapporti è rappresentata tramite sagome addossate le une sulle altre nel loro combattimento. Sul lato è scorgibile un castello che fa riecheggiare la domanda sul ruolo giocato dal caso nelle esistenze umane.

Ad ogni modo, un’interpretazione totalmente nichilistica dell’opera è scongiurata dalla presenza della lira, strumento musicale utilizzato nella Grecia classica per accompagnare la recitazione di composizioni artistiche. Essa era associata alle virtù apollinee di moderazione ed equilibrio, in contrapposizione al flauto legato al dio Dioniso e che rappresentava una condizione di estasi, di ubriachezza della contraddittorietà dell’esistenza che nel dipinto è resa dal combattimento e dal castello.

Un barlume di speranza nelle relazioni interpersonali emerge invece nel dipinto “Gli archeologi” e nel bronzo “Ettore e Andromaca”.

Ne “gli Archeologi” i due manichini portano in loro stessi le rovine architettoniche: la possibilità di comunicare è visibile nel loro essere figli degli stessi resti artistici di un’umanità perduta; il tocco della mano di uno dei due archeologi sulla spalla dell’altro è il segno tangibile della speranza di trovare un punto di contatto nella comunicazione.

Nell’opera bronzea “Ettore e Andromaca” si contempla il paradosso della vicinanza nel distacco di un addio, del guardarsi e abbracciarsi pur essendo sprovvisti di occhi e braccia: le loro identità collassano l’una nell’altra senza necessitare di strumenti comunicativi.

Ultimo percorso di lettura delineato dalla prof.ssa Caputo è quello della possibilità: l’arte, secondo De Chirico, non ha il mero scopo di volgersi su di sé per autocontemplarsi: non è dunque fine a se stessa, ma apre squarci sul presente e sulle comunità future.

L’opera “Il contemplatore” è emblematica a questo proposito: il personaggio manichino contempla il disegno del castello da lui realizzato, mentre squarci di oscurità  scongiurano la possibilità di una fruizione dell’opera volta esclusivamente alla volontà di inebriarsi del bello e aprono invece sezioni d’essere su ciò che deve ancora accadere, quel “mare aperto dinanzi” a cui Nietzsche fa riferimento ne “La gaia scienza”.

Silvia Di Conno

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