La Torah e l’apostolo Paolo

Il rito del Bar mitzwah (in ebraico: בר מצווה‎, «figlio del precetto»), per le ragazze bat mitzwah (in ebraico: בת מצווה‎, «figlia del precetto»), è l’espressione che indica il momento in cui un bambino ebreo raggiunge l’età della maturità (13 anni e un giorno per i ragazzi, 12 anni e un giorno per le ragazze) e diventa responsabile per sé stesso nei confronti della halakhah, la legge religiosa ebraica, poiché capace in coscienza di distinguere il bene e il male. La cerimonia di questo evento, così come viene praticato oggi, è di origine medievale ma il concetto fondamentale appare per la prima volta nel Talmud, la codifica della Torah Orale ebraica completata agli inizi del primo millennio dell’era volgare, per connotare “un [agente] che è soggetto alla legge”. Anche l’età di tredici anni viene menzionata nella Mishnah come il tempo in cui uno è obbligato a osservare i comandamenti della Torah: “A cinque anni la persona deve studiare le Scritture, a dieci anni la Mishnah, a 13 i comandamenti.

All’età di tredici anni, i ragazzi partecipano per la prima volta alla lettura pubblica della Torah come adulti, guidando i fedeli nella preghiera in sinagoga.

Il padre, nondimeno, gioca un ruolo interessante in questa meravigliosa cerimonia. Pronuncia una breve benedizione: בָּרוּךְ שֶׁפְּטָרַנִי מֵעֹנֶשׁ הַלָּזֶה (baruch shepatrani meonesh halazeh). La traduzione significa qualcosa del genere: “Benedetto Colui che mi ha liberato dalla responsabilità per questo”, perché fino a quel momento, il padre è responsabile di suo figlio. Deve essergli da guida fino al momento in cui sarà in grado di dedicarsi da solo all’osservanza della Torah. L’intenzione non è che il figlio di tredici anni non abbia più bisogno della guida dei genitori, non significa che il ragazzo non onorerà più suo padre o che non debba più obbedirgli, ma significa che la Torah da questo momento in poi diventa la sua guida principale al posto del suo padre amorevole.

È possibile che l’apostolo Paolo, che era introdotto nel giudaismo farisaico del I secolo, comprendesse questo fondamentale principio del trasferimento della guida e che capì insieme ad altri ebrei del suo tempo che, con la venuta di Gesù Cristo, questo trasferimento di responsabilità era portato ad un livello superiore.

In una delle sue lettere ai credenti provenienti dal mondo dei gentili, l’apostolo Paolo scrisse dell’esperienza dei suoi correligionari con la Torah:

“Ma prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, (ὑπὸ νόμον ἐφρουρούμεθα συγκλειόμενοι), in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la Legge è stata per noi un pedagogo, (ὁ νόμος παιδαγωγoς) fino a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. (Gal 3, 23-25)

Più avanti nella stessa lettera afferma che i gentili si trovano nella stessa posizione degli ebrei che seguono Cristo. Anch’essi devono essere guidati principalmente non dalla Torah (non importa quanto sia meravigliosa e buona) ma dallo Spirito Santo inviato dal Dio di Israele su richiesta di Gesù (cf. Gv 14,26). Infatti, scrive: “Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.”(Gal 5,18)

Paolo credeva che i tempi nuovi fossero giunti con la venuta del Messia, questo significava che gli ebrei che seguivano Cristo non erano più guidati principalmente dalla Torah, ma dalla fede in Cristo Gesù. Quindi, proprio come nel caso del padre e della Torah, i credenti non dovevano ignorare la Torah, anche se erano oramai sotto la stretta guida di qualcuno che era ancora più grande, Cristo Gesù nella potenza dello Spirito Santo.

Antonio Calisi

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Direttore Editoriale

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