La strage dei preti in Italia nel secondo dopoguerra da parte dei comunisti

Si deve al giornalista e scrittore Giampaolo Pansa, morto a Roma all’età di 84 anni il 12 gennaio 2020, la conoscenza degli atroci delitti del dopoguerra. Nel suo libro “Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile” ha raccontato la storia dei preti uccisi, dei quali non si parlava volentieri nella Italia. Pansa non era un cattolico conclamato, tuttavia i suoi funerali sono stati in chiesa, con il parroco che ha lodato il suo impegno per la verità.

Dopo l’8 settembre 1943, l’Italia è stata deturpata da una sanguinosa guerra civile che è costato alla Chiesa Cattolica un contributo di sangue immenso e insensato.

La cornice più inesorabile è stata quello del “triangolo della morte” compreso tra Reggio Emilia, Ferrara e la provincia di Bologna. Oltre 130 sacerdoti e religiosi sono stati frettolosamente ammazzati in odio alla fede.

Il mondo ha ricordato solo le vittime del “nazifascismo”, dimenticandosi totalmente degl’innocenti assassinati con crudeltà e ferocia dai comunisti anche oltre la fine del conflitto.

Nello spazio del biennio subito dopo la fine della seconda guerra mondiale in Italia, tra le numerose uccisioni che videro coinvolte nell’Italia centro-nord persone di differenti schieramenti ideologici, vi furono numerosi eventi criminosi le cui vittime appartenevano al clero cattolico.

Un serrato confronto politico era in atto tra le principali forze che durante la Resistenza avevano fatto parte del Comitato di Liberazione Nazionale: il partito di ispirazione cattolica Democrazia Cristiana, vicino alle posizioni angloamericane, e quelli di matrice socialista e comunista, vicini a quelle dell’Unione Sovietica, per questa ragione molti preti furono spesso visti come nemici, indipendentemente dal loro attivismo politico.

Riguardo alle morti dei sacerdoti, nell’immediato dopoguerra una prima e incompleta ricognizione del fenomeno venne realizzata da Luciano Bergonzoni e Cleto Patelli, che trattarono l’argomento in una sezione della loro opera “Preti nella tormenta”. Per i due autori, i sacerdoti uccisi furono «martirizzati». Più organico e sistematico fu l’approccio di Lorenzo Bedeschi negli anni cinquanta: dai risultati della sua analisi, pubblicati nel volume “L’Emilia ammazza i preti”, emerse che 52 ecclesiastici, definiti «martiri», furono uccisi nella fascia di territorio che va da Rimini a Piacenza, da Modigliana a Guastalla. Più di recente il giornalista e scrittore Roberto Beretta, collaboratore del quotidiano cattolico Avvenire, nella sua “Storia dei preti uccisi dai partigiani” ritenne di aver individuato un denominatore comune a tali episodi e chiamò quella serie di uccisioni «strage dei preti».

Nella primavera del 1990 i familiari superstiti di alcune delle vittime delle quali non fu mai ritrovato il corpo pubblicarono una lettera aperta, chiedendo quantomeno indicazioni per rintracciare le spoglie e dar loro sepoltura. Alcuni mesi dopo, il 29 agosto, fu pubblicata sul quotidiano bolognese Il Resto del Carlino, il 29 agosto 1990, pubblicava una lettera del parlamentare comunista ed ex-partigiano Otello Montanari, inviata anche all’Unità, ma da questo quotidiano non pubblicata. Nella lettera Montanari premise che bisognava distinguere tra “omicidi politici”, ovvero commessi in ragione del ruolo esercitato dalla persona uccisa, ed “esecuzioni sommarie”, ovvero uccisioni indiscriminate di avversari politici e oppositori; e invitò chiunque sapesse come ritrovare le spoglie delle persone uccise (aggiungendo: «Io non lo so») a dare le necessarie informazioni. Dopo la pubblicazione di tale lettera, Montanari ebbe gravi difficoltà nel partito, all’interno del quale fu aspramente contestato[15], e fu inoltre escluso dal Comitato Provinciale dell’ANPI, dalla Presidenza dell’Istituto Cervi e dalla Commissione regionale di controllo.

I coniugi Elena Aga-Rossi (docente universitaria di Storia contemporanea) e Victor Zaslavsky (esperto di storia dei rapporti italo-sovietici), dopo l’apertura degli archivi di Stato dell’ex-URSS, ebbero lo spunto per una nuova analisi di tali avvenimenti alla luce dei rapporti del PCUS con i suoi partiti fratelli (ivi incluso, quindi, il PCI). La tesi dei due studiosi, esposta anche in un’intervista allo stesso Roberto Beretta dalle colonne di Avvenire[16], è che il PCI all’epoca, se non proprio favorì, quantomeno tollerò e coprì la soppressione di esponenti di categorie (borghesi, sacerdoti, possidenti) che in un’ottica di breve-medio periodo potessero costituire un impedimento materiale e culturale-ideologico all’espansione comunista; aggiungendo tuttavia che, a loro avviso, in molte zone d’Italia ciò sarebbe stato controproducente, perché, anche se a livello locale vi fu un successo elettorale, lo stesso non accadde a livello nazionale. Infine, per quanto riguarda le cause della debolezza, quando non del silenzio, da parte cattolica nel denunciare tali fatti, Aga-Rossi e Zaslavsky ipotizzano che il clero temette di vedersi rinfacciata una qualsivoglia forma di adesione al passato regime fascista, sebbene tale aspetto della questione sia ancora lungi dall’essere storicamente indagato a fondo (cfr. Roberto Beretta. «Le ulteriori responsabilità di Togliatti», in Avvenire, 27/2/2004).

Antonio Calisi

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Direttore Editoriale

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