Quando la precarietà diventa uno status: il fenomeno dei NEET

52938322_o3[1]«Nessuno è più misantropo di un giovane deluso».
Così scriveva Herman Melville nel suo racconto semi-autobiografico “Redburn”, pubblicato nel 1849.
E’ sorprendente come, a distanza di più di un secolo, questa citazione sia attuale, perfettamente adeguata per spiegare il sentimento di delusione e disillusione delle nuove generazioni, respinte da una realtà sociale che, se non le esclude del tutto, certamente le pone ai margini.
Per connotare l’incertezza e lo stato di irreversibile precarietà che caratterizzano la young generation a qualunque latitudine è stato coniato un termine, NEET, acrostico inglese di “Not in Education, Employment or Training”, indicativo di un ampio numero di giovani non impegnati volontariamente nell’istruzione e nel lavoro.
Troppo deboli per aggirare gli ostacoli di una realtà che non risparmia nessuno, questi “volontari disadattati”  si isolano perché svogliati, pigri e inattivi. Questi capi di accusa mossi nei loro confronti rendono la parola “NEET” un’atroce invettiva, scagliata con brutalità per classificarli in una categoria che non tiene conto del vissuto soggettivo.
Una generalizzazione che non prende in esame, a mio avviso, le  motivazioni vere di tale e tanta “pigrizia”, riscontrabili in molti elementi importanti legati alla struttura della società contemporanea: sistemi educativi e scolastici formali e nozionistici, insegnamenti standardizzati privi di rimandi concreti alla realtà, impossibilità di spendere i propri titoli di studio in ambiti lavorativi stimolanti o strettamente connessi al curricolo scolastico e universitario intrapreso.
I NEET, moderni misantropi che prediligono la realtà fittizia dei social network all’affermazione personale, forse sono solo il riflesso di un radicale disagio sociale.
E’ facile alibi per una classe dirigente poco attenta alle esigenze del sociale e per le istituzioni preposte alle politiche giovanili ribadire, in un ripetitivo refrain, che i giovani di oggi non hanno il mordente giusto per affermarsi in una società difficile e che vanno messi alla gogna per l’incapacità di  raggiungere obbiettivi in una società fortemente performante.
La verità è che troppo spesso i giovani lottano invano: le conoscenze e le competenze non diventano più specialistiche e spendibili e non c’è una vera continuità tra scuola, università e mondo del lavoro. Questo produce un grande senso di avvilimento. E non c’è niente di peggio di un giovane deluso, privato della linfa vitale.
Ancora più frustrante è la mancata coincidenza tra sogni e attualizzazione, tra talento e necessità, tra aspettative e contingenza. A rischio è la dimensione più intima e vera dell’essere uomo, la privazione del sentirsi tale: : «un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali, sarebbe un mostruoso animale, un cinghiale laureato.»  Queste erano le parole con le quali De Andre’ infiammava i cuori.
Se si pretende grinta e attivismo è necessario porre in essere condizioni adeguate e dignitose per il raggiungimento degli obbiettivi. Invece spesso e volentieri la società è paradossalmente antagonista dei giovani, proprio loro che dovrebbero esserne il substrato. In totale rotta di collisione con le loro aspettative, essa schiaccia e ingabbia l’intelligenza e l’abilità dei più.
E’ meschino quindi puntare il dito e non analizzare le cause sociopolitiche e  culturali della crisi che investe il nostro Paese. Solo facendo luce su queste storture, senza infingimenti, si può spezzare una lancia in favore di coloro che, anche solo continuando a sperare, danno prova di immenso coraggio.
A dispetto del quadro desolate descritto, una possibilità di rinascita è pur sempre possibile.
«A volte, è sufficiente un cambiamento di prospettiva per vedere la luce» scrive Dan Brown. Lì dove palpita la volontà non possono esserci difficoltà insormontabili, aggiungerei.
La strada può risultare ardua, quasi impraticabile, ma la persona tenace sa bene che avversità ed ostacoli sono delle formidabili occasioni per ridisegnare il corso del proprio destino.
L’impegno di tutti deve risiedere nel generare aspettative positive e, soprattutto, renderle concretizzabili effettivamente. Perché lì dove c’è positività c’è speranza, e lì dove c’è speranza c’è possibilità di crescita.
I giovani dalla loro devono fuggire da schemi arretrati e stantii e credere come neofiti in nuovi ideali, più realistici, senza mai perdere quel mordente che, oggi più di ieri, salva dal grigiore della realtà.

Francesca Rotondo

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