La poesia di Simone Cristicchi “Il primo giorno del nuovo mondo”

Autore: Lorenzo De Leonardis2

In questo difficile periodo di quarantena, l’arte trabocca in tutte le sue forme, sebbene con le sue limitatezze. Il cantautore, scrittore, artista poliedrico di origini romane, Simone Cristicchi, si esprime con una poesia dai toni sognanti e speranzosi, intitolata Il primo giorno del nuovo mondo.

Nella prima strofa l’autore esordisce con queste parole: “Il primo giorno/ del nuovo mondo/ ci svegliammo/ a un accenno dell’alba/ salutando con gli occhi/ il ritorno del sole./ Nell’aria un profumo/di pane sfornato/ e un’improvvisa voglia/ di capriole/”. Sin dalle prime parole si percepisce il tono di speranza, connotato dalla presenza dell’alba e del sole, immagine di una rinascita, e di quella del pane, alimento semplice, ma pieno di vita. Queste immagini sono parte del primo giorno del nuovo mondo, come se, al termine di questo periodo, iniziasse un nuovo anno zero, in cui ritorneremo bambini con una “voglia di capriole”.

Nella seconda strofa Cristicchi immagina che la personificazione del mondo domandi all’umanità: “Io sono qui” – disse il mondo/ a raggi unificati/ “E voi dove siete stati?”/. A questo gli uomini risponderebbero “Noi nella tana in letargo/ a dormire./ Noi coi gerani ad ornare/i balconi/ noi rinchiusi nei giorni/lunghi secoli/ con l’unico scopo/ di restare vivi./”. Tramite l’anafora “noi” che designa l’insieme unitario dell’umanità, si raccontano attività svolte al chiuso che possono sembrare improduttive, come andare in letargo, e invece hanno lo scopo primigenio di aiutarci a rimanere vivi. Ma, in questo tempo di sospensione, anche il non fare niente richiede un’energia non esigua.

La terza strofa, tramite la metafora della guerra, presenta gli uomini come “soldati tornati dal fronte”. L’autore infatti scrive: “Il primo giorno/ del nuovo mondo/ come soldati tornati dal fronte/ ammutoliti dallo stupore/ scendemmo tutti in strada,/ nel silenzio interrotto soltanto/ dai nostri “buongiorno”,/ e da qualche risata./”. Sebbene le guerre siano imparagonabili a questa situazione, è percepibile qualcosa di bellico in una forma diversa: è la lotta quotidiana che viviamo lontani dai nostri affetti, dalla nostra routine apportatrice di certezza, una lotta dominata dalla paura della malattia, della perdita di noi stessi in una solitudine assordante. Ed ecco che quel “buongiorno” e “qualche risata” saranno le basi per una rinascita di una relazione dal vivo, dopo una costipazione in spazi chiusi e isolati.

Nella quarta strofa, invece l’umanità è appellata con il termine di “sopravvissuti” che anelano cose semplici, definite come “cose inestimabili, a buon mercato”: un sorso d’aria, aria vera, non quella chiusa nelle nostre stanze; un abbraccio negato a causa della distanza; rivedere il mare e inebriarsi di quel blu che dona tanta libertà, e mangiare un gelato, assaporando la bellezza della condivisione. E poi i bambini che avranno imparato ad amare davvero la scuola dopo esserne fisicamente privati, ci ritorneranno con uno spirito di festa. Cristicchi spera che in questo nuovo mondo, dopo un lungo periodo di privazione, l’uomo avrà imparato ad apprezzare cose semplici, piccoli attimi di gioia, invece di ricercare cose complesse, elaborate, apportatrici di felicità istantanea, destinata a morire dopo pochi attimi.

L’autore conclude così la sua poesia: “Il primo giorno/ del nuovo mondo/ fu il tempo di uscire/ al di fuori di noi/ dalla Terra imparammo/ la grande lezione/ rinati alla vita,/ più umani di mai./ Così al suo segnale,/ in mondovisione/ ci scrollammo di dosso/ il mille e novecento/ e i sospiri di sollievo/ divennero il vento./”

In questa strofa è racchiuso tutto il senso di questo periodo: la possibilità di uscire al di fuori di noi, pur rimanendo chiusi; l’uscire dai nostri schemi, dai nostri modi di vivere un po’ arrugginiti e guardarci da fuori, studiandoci e accogliendoci, destrutturando quelle parti obsolete e ricostruendone di nuove, rifiorite. Solo in questo modo potremo riaccogliere la vita vera e riscoprire il senso profondo di essere umani.

Martina Ragone

© Riproduzione Riservata
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: