La parola, un fiume di luce e di tenebre

La Quaresima è il periodo in cui si dovrebbe riflettere maggiormente sulla valenza della parola nelle sue varie sfaccettature. Nel Vangelo ne abbiamo vari esempi: la parola che tenta come quella che il diavolo rivolge a Gesù nel deserto; la parola che tradisce come quella di Giuda o di Pietro che rinnega Gesù e la parola che salva e dona vita che è quella del Signore risorto.
Ci capita mai di riflettere davvero sul valore delle parole che pronunciamo quotidianamente?
L’uomo è l’unico essere capace di esprimere la sua interiorità, le sue intenzioni, desideri, consigli con dei suoni logicamente articolati e questo è sintomo di una grande evoluzione, ma, al contempo, è un’arma a doppio taglio: il linguaggio, infatti, ha una potenza sia costruttiva che distruttiva.
In un primo momento siamo sempre portati a soffermarci sul valore positivo che la parola può apportare al nostro animo, sulla gioia e sui sentimenti positivi che può trasmettere in un contesto di allegria, ma non ci rendiamo conto delle innumerevoli situazioni in cui essa viene utilizzata a sproposito o viene omessa, causando una voragine che può divenire un baratro nella relazione con noi stessi e con gli altri.
Pensiamo a quei finti silenzi, in quelle situazioni in cui la parola non pronunciata è sintomo di una mancanza di rispetto dapprima per la nostra persona, che non si manifesta nella sua integrità e autenticità di pensiero, ma finge un silenzio che in realtà è loquace. Per esempio, quando in un confronto ci limitiamo ad annuire con atteggiamento sottomesso e poi nella nostra interiorità soffriamo poiché abbiamo soppresso il nostro ego a beneficio, secondo noi, dell’altro.
Ci sono altri casi in cui la parola tradisce: quando, per esempio, presenta una realtà esteriore che non coincide con la nostra realtà interiore, quindi esprimiamo un pensiero diverso e quasi opposto, solo per compiacere la persona che ci sta dinanzi o per salvaguardare la nostra reputazione. Mentre, non appena si ha la possibilità di esprimersi, quelle dolci parole si tramutano in lame e feriscono la persona interessata, perché, anche se pensiamo di pronunciare bisbigli innocenti, in realtà sono urla che pungolano l’altro.
La parola può tradire anche quando vìola la fiducia di una persona cara, nel momento in cui non preserviamo un segreto che ci ha confidato, ma lo divulghiamo a chiunque, non con i fini di una vera condivisione, ma per l’ostentazione di un possesso privilegiato che non è più unico o per mero gusto di parlare degli altri per non parlare di sé.
Ma ci sono anche casi in cui la parola viene pronunciata a sproposito, rivelando una manifestazione prepotente del nostro ego, per esempio quando dobbiamo per forza esprimere il nostro parere anche quando risulta superfluo o puntiglioso, spesso non ponendo filtri riguardo la sensibilità del nostro interlocutore. Oppure alle volte si fa un uso eccessivo della parola, quasi assordante, quando siamo troppo focalizzati sulla nostra personalità, sul raccontare cosa ci è successo e come ci siamo sentiti, a tal punto che non lasciamo spazio alla libera espressione dell’altro che diviene solo una valvola di sfogo, un orecchio che deve accogliere il nostro fiume di pensieri.
Con l’augurio che questa Quaresima possa essere per noi una possibilità di ricerca della giusta via di mezzo della parola, allenandoci ad un uso consapevole e non impulsivo di essa e ad un silenzio che alle volte può rivelarsi la giusta soluzione, sebbene non si debba incorrere in un mutismo inespressivo.

Martina Ragone

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