“La Monna Lisa d’Austria”

woman“Woman in gold”- film del 2015 diretto da Simon Curti s- si basa sulla storia vera dell’austriaca Maria Altmann, di origini ebraiche e rifugiatasi negli Stati Uniti dopo essere riuscita a fuggire dalle persecuzioni nazi-fasciste. Il fulcro di questo piccolo capolavoro cinematografico è l’entrata in scena trasversale dello sterminio nazi-fascista degli ebrei: infatti, quella che in termini manzoniani si definirebbe “la Grande Storia” fa il suo ingresso dalle porte dell’arte.

Maria, cittadina ormai radicatasi nella cultura americana, sembra aver inglobato il suo passato in una dimensione che non interferisca con quella reale: è la morte della sorella a darle l’occasione di recuperare le sue radici e il legame con la sua patria;  Maria, infatti, tra i beni personali della sorella recupera alcuni documenti e scambi epistolari relativi al celebre “Ritratto di Adele Bloch-Bauer” di Gustav Klimt. Questo dipinto che raffigura la zia di Maria, moglie di un ricco industriale e collezionista viennese,  all’epoca dell’Anschluss era stato trafugato dai nazisti insieme agli altri averi della sua famiglia, per poi diventare l’emblema dell’identità nazionale austriaca.

L’immagine di quell’elegante signora in oro è per Maria riducibile alla malinconia di quei grandi occhi scuri che sembrano scrutarla, dall’alto della loro esperienza, con lo stesso istinto materno con cui la guardavano quand’era bambina, mentre cercavano di insegnarle la più difficile arte esistente, ossia il mestiere del vivere.

Maria è dunque decisa a riottenere il ritratto in virtù della profonda dicotomia che lo lacera: da un lato i malinconici occhi di sua zia  la risucchiano in quell’abisso che si apre sulla sua infanzia fino ad arrivare al punto di non ritorno in cui “piccola storia” e “Grande Storia” si intersecano, mentre dall’altro, la ferma espressione di una sorta di “Monna Lisa d’Austria” cela le sue origini ebraiche sotto l’ipocrisia di  quell’oro sfolgorante che la circonda invadendo la sua malinconia, esattamente come il regime nazi-fascista, spacciandosi per il migliore dei possibili- inglobò nel suo sistema le coscienze umane, dopo averle ridotte al loro “grado zero”.

L’unico modo per rendere giustizia alla malinconia di quello sguardo ritratto è privare quest’ultima dell’esasperazione attribuitale dallo sfarzo dell’oro del dipinto che, in quanto icona nazionale dell’Austria, edulcora in quelle pennellate di colore il male che ha attraversato la storia del suo paese. La tristezza di quegli occhi, unico ponte di contatto tra passato e presente per Maria, diviene dunque la motivazione che la spinge a rivolgersi all’avvocato Randy Shonberg, anch’egli di origini austriache. Entrambi si batteranno in un lungo conflitto legale che li porterà a scontrarsi con lo stato austriaco, in nome di una restituzione che assume il valore di “ritorno alle origini” di ciò che è stato impropriamente sottratto.

Silvia Di Conno

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