La lotta alle mafie parte dalle “donne coraggio” e dalla Scuola

Sono madri in fuga dalle organizzazioni malavitose per amore dei loro figli. Lo Stato ha il compito di aiutarle per consentire loro di iniziare una nuova vita altrove. Oggi questo è possibile grazie ad un protocollo triennale, siglato nel febbraio 2018, che ha già messo in salvo una ventina di mamme e una settantina di minori.

Il riscatto dalle schiavitù delle mafie parte dalle donne. Non sono poche coloro che hanno deciso di abiurare la fede mafiosa per amore dei loro figli, mettendoli al riparo dal malaffare e da dinamiche che sono alla base di tutte quelle organizzazioni che dispensano paura e morte, in nome di soldi facili e di fame di potere. Si chiamano mafie e assumono, di volta in volta, connotazioni e nomi differenti, ma tutte sono accomunate da una logica di sudditanza che non consente ai propri affiliati di allontanarsi da esse per vivere una vita libera e felice.

Le chiamano “madri in fuga”, in particolare modo dalla ‘ndrangheta. Sono donne coraggiose che hanno i loro mariti in carcere o vedove che hanno perso il loro compagno in faide sanguinarie. Alcune di esse sono anche mogli di potenti boss alle quali è stata sottratta la libertà perché direttamente controllate dalle gerarchie ‘ndranghetiste. Donne determinate che, sfidando organizzazioni spietate, decidono di sottrarsi con i loro figli al paradigma di vita imposto dalle organizzazioni criminali.

Il Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, Roberto di Bella, ha sposato la causa di queste “madri coraggio” e dal 2011 si impegna in prima persona per assicurare a queste donne e a questi bambini una vita onesta e coerente, lontano dai contesti di mafia. Di Bella ha facilitato un protocollo d’intesa siglato il 2 febbraio 2018 a Roma, presso la sede della Direzione nazionale antimafia, alla presenza del Procuratore nazionale Federico Cafiero De Raho, tra Procura Nazionale Antimafia, Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Tribunale e Procura per i Minorenni di Reggio Calabria, Procura della Repubblica di Reggio Calabria e associazione “Libera” contro le mafie.

Anche la CEI (Cenferenza Episcopale Italiana), pur non essendo fra i sottoscrittori formali del protocollo, si è impegnata a finanziare il progetto con fondi derivanti dall’8×1000.

Il Presidente Di Bella ha dichiarato all’Agensir:

Stiamo dando luce e speranza a molte persone che si trovavano nelle tenebre. Non sono collaboratrici di giustizia perciò non rientrano nei programmi di protezione, ma vogliono dissociarsi dai contesti mafiosi. Ad esse si aggiungono anche donne che hanno espiato pene detentive in carcere e vogliono allontanarsi dalle logiche criminali.

Roberto di Bella

Ad oggi, sono state tutelate circa una ventina di mamme che, insieme ai loro figli, hanno abbandonato i territori di origine per vivere in contesti sicuri

Vivono in altre città della regione o in altre parti d’Italia – ha dichiarato il magistrato -, inserite in una rete di protezione che prevede misure di sostegno economico e di inclusione sociale e lavorativa, e di inclusione scolastica per i minori.

E’ un segno, non c’è dubbio, ma è pur un incoraggiante inizio. Lo stesso magistrato si è detto fiducioso che ciò che oggi è un progetto sperimentale a termine, possa tramutarsi in legge dello Stato con finanziamenti stabili e certi, visto anche l’aumento delle donne che decidono di dire No alle mafie chiedendo aiuto allo Stato.

Grazie alla rete di Libera – ha proseguito Di Bella – ci siamo occupati di una ventina di mamme e di una settantina di minori, ma abbiamo una decina di richieste pendenti.

Non sono pochi i ragazzi che finiscono nella rete della delinquenza:

Negli ultimi 25 anni il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria ha processato oltre 100 minori per reati di criminalità organizzata, di cui una cinquantina per omicidio o tentato omicidio. Si tratta di ragazzi coinvolti in omicidi di rappresentanti delle forze dell’ordine o legati a faide locali; oppure in traffico di droga o in estorsioni commesse per conto di genitori ristretti in carcere.

Tutto inizia quando il Tribunale mette i minori al riparo dalle mafie con provvedimenti di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale, senza però recidere i legami familiari. L’obiettivo, ha spiegato Di Bella, è mantenere l’interlocuzione con le mamme dei ragazzi per recuperarle, fornendo a loro e ai loro figli una prospettiva di vita migliore.

Con le madri ci siamo riusciti nel 95% dei casi; alla fine tutte le mamme vogliono il bene dei figli ma bisogna superarne pregiudizi e diffidenza nei confronti delle istituzioni. Oggi – ha affermato il magistrato con una punta d’orgoglio – possiamo dire che a Reggio Calabria, territorio di frontiera, per molti ragazzi, madri, ed ora anche per alcuni padri ex detenuti, il Tribunale dei Minori non è più un’istituzione nemica bensì l’ultimo baluardo nel mare dell’illegalità. Con il nostro lavoro siamo riusciti a conquistarci la loro fiducia.

Il successo del progetto di Reggio Calabria lo si riscontra anche dal fatto che, anche alcuni padri legati alle cosche ‘ndranghetiste hanno chiesto aiuto per poter ricominciare una nuova vita e consentire, quindi, ai loro figli di avere un futuro più roseo.

Se avessi avuto io la stessa possibilità, forse non mi troverei in questo luogo di sofferenza”, ha dichiarato un detenuto al 41bis.

C’è futuro e speranza di redenzione! E’ questo il messaggio che Roberto Di Bella intende esportare a livello nazionale, estendendo il progetto anche ad altre regioni con il contributo del Ministero di Giustizia e del Miur.

E’ proprio l’Istruzione il rimedio alla delinquenza minorile. Il riscatto sociale per i ragazzi a rischio e per quelli già deviati passa proprio dalla Scuola, istituzione fondamentale per la nostra società e presidio capillare di legalità e cultura sul territorio.

E’ indubbio, però, che serve una scuola più forte e con più mezzi e fondi. In questo, forse, lo Stato dovrebbe crederci di più!

Antonio Curci

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Antonio Curci

Antonio Curci

Direttore Responsabile

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