La goldoniana riforma teatrale

Carlo_Goldoni[1]“Sono un essere umano, dunque non ritengo a me estraneo nulla di umano”: in questa frase del commediografo latino Terenzio sono individuabili le radici della riforma che Goldoni, borghese veneziano, si propone di attuare in campo teatrale in opposizione alla stilizzazione farsesca della Commedia dell’Arte, unica forma di teatro fino ad allora consolidatasi.

E’ importante contestualizzare l’autore per comprendere le difficoltà che egli incontra nella sua volontà di riforma: il teatro si delinea infatti come un’impresa commerciale, per cui è necessario accontentare  l’impresario, il pubblico- abituato alla rappresentazione degli stessi tipi umani e intrecci- e gli attori, non subito disposti a studiare un copione.

Goldoni si configura dunque come un sociologo del ‘700, tanto per la sua humanitas, ossia per il suo interesse rivolto ai molteplici caratteri umani, quanto per la sua attenzione nel delineare il rapporto tra singolo uomo e società. In opposizione alla rigida definizione di “tipi” umani attuata nella Commedia dell’Arte, Goldoni definisce lo spirito borghese come connubio tra individualismo e aderenza al concreto, in quanto ogni personaggio sviluppa diversamente la propria individualità a seconda del contesto sociale in cui vive, in un dinamismo che anticipa la letteratura realista manzoniana.

La riforma goldoniana è definibile sicuramente come una ricerca di equilibrio tra il gusto tipicamente barocco della totale perdita di contatti col reale e la fedeltà pedissequa al classicismo; il commediografo afferma che gli unici due “libri” dai quali attinge sono il mondo e il teatro: egli rappresenta la realtà vissuta sulla scena teatrale, in un intreccio che richiama il motivo della finzione nella finzione tipico del Barocco.

La ricerca del “verisimile” viene attuata anche sul piano linguistico: Goldoni riflette la frammentazione linguistica italiana, utilizzando un dialetto con dignità di lingua e prefiggendosi l’obiettivo dell’unilinguismo che non scade mai nella monotonia grazie all’utilizzo di differenti sfumature linguistiche a seconda del ceto sociale rappresentato. Questo realismo dialettale è atto alla rappresentazione della “lingua viva” e si pone palesemente in netta contrapposizione all’uso espressionistico e plurilinguistico del dialetto nell’ambito della Commedia dell’Arte.

Silvia Di Conno

 

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