La formazione culturale dell’apostolo Paolo

Joseph-Benoît Suvée (1743–1807), La predicazione di San Paolo (circa 1779), olio su tela, Museo d’Arte della Contea di Los Angeles

Paolo si presenta come un ebreo del tutto ellenizzato e come tutti gli Ebrei, conosce l’ebraico, la lingua della Bibbia, che all’inizio dell’epoca cristiana non era più utilizzata nella vita quotidiana ma solo destinata al culto religioso. La parlata locale degli Ebrei in Palestina è l’aramaico, lingua alla quale si riferisce probabilmente At 21,40: lo scritto originale utilizza il termine “ebraico” che va, però, inteso come “lingua degli Ebrei”, cioè l’aramaico.

A Tarso, frequentando la scuola rabbinica giudaica, impara a parlare correntemente il greco e, soprattutto, a leggere la Bibbia in lingua greca come è testimoniato nelle sue epistole e nella sua divulgazione della fede narrata negli Atti. La padronanza del greco, cosa non frequente tra gli Ebrei, suscita l’ammirazione nel tribuno di Gerusalemme (cfr. At 21,37).

In quanto cittadino romano è credibile che intenda almeno un po’ il latino, ma non ve n’è indizio diretto nelle citazioni neotestamentarie (nel greco delle epistole pastorali scritte a Roma, sono presenti diversi latinismi). Non sembra che Paolo avesse conoscenza degli idiomi locali, ora estinti e poco conosciuti, parlati nella zona di Tarso, ufficialmente ellenista, ma posta al limite tra l’area linguistica indoeuropea (greco e galata) e semita (siriaco e aramaico). In At 14,11 mostra, inoltre, di non intendere il linguaggio della Licaonia, regione confinante a nord con la sua Cilicia.

Quantunque nelle fonti non venga esplicitamente dichiarato, Paolo dà prova di avere ricevuto una seria istruzione greco-ellenista, presumibilmente nella prima giovinezza nella natale Tarso e/o in seguito a Gerusalemme. Infatti, nella città di Tarso, che Senofonte presentava “grande e felice”, al tempo di Paolo prevaleva “un grande zelo per la filosofia e per ogni ramo della formazione universale”; essa fu la terra d’origine di non pochi filosofi stoici, tra cui Crisippo e poi Atenodoro, precettore di Augusto. Paolo vi seguì sicuramente una buona scuola elementare greca, anche se presumibilmente di ambito giudaico, consistente nello studio della lingua greca e principalmente della Bibbia greca, con la quale egli dimostrerà dimestichezza. È possibile che vi abbia imparato anche argomenti di retorica, ma che non abbia studiato i classici della letteratura greca (contrariamente dal filosofo ebreo, suo contemporaneo, Filone di Alessandria). Nei suoi scritti e nella sua predicazione si avvale, infatti, del metodo retorico della disputa (cfr. Rm 2,27-3,8), mostra di possedere la conoscenza della trascendenza di Dio (cfr. Rm 11,36; Col 1,16), della “teologia naturale” (cfr. Rm 1,19-20), del ritorno del Signore alla fine dei tempi (cfr. 1Ts 2, 19; 3, 13); cogliamo riferimenti a filosofi greci negli argomenti stoici dell’autàrcheia (autosufficienza cfr. Fil 4,11-12; cfr. 2Cor 9,8), in quelli cinici della “moderazione” (cfr. 1Ts 2,1-8), in un certo vocabolario usato per definire la natura dell’uomo (cfr. 2Cor 4,15-5,9), nel concetto di coscienza (cfr. Rm 2, 15; cfr. 13, 5), nella conoscenza delle “cose invisibili” secondo le idee di Platone (cfr. 2Cor 4,18; 5,7; Col 1,5), nell’uso dell’allegoria come è utilizzata da Filone (cfr. Gal 4,24-26); cita, infine, Epimenide e Arato (cfr. At 17,28) ed un proverbio attribuito al poeta Menandro “Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi” (1Cor 15, 33).

Antonio Calisi

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Direttore Editoriale

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