“Al genio non si può dare forma, il genio è forma a sé”

603-1340[1]“Al genio non si può dare forma, il genio è forma a sé”: questa frase de “La critica del giudizio” di Kant, scritta a cavallo tra ‘700 e ‘800, risulta essere emblematica per la contestualizzazione dell’artista romantico nella società.

Al di là della comune opposizione alla poetica classicista e delle diverse caratterizzazioni che un movimento complesso come il Romanticismo assume- tanto a livello europeo quanto italiano- sicuramente la cifra comune è identificabile nel rifiuto del gretto utilitarismo della società moderna.

La differenza tra le due correnti di pensiero risiede nel diverso approccio a questo rifiuto: in Europa questo distacco io-mondo viene interpretato come dissidio ontologico, per cui sarebbe la natura stessa dell’uomo a condurlo all’infelicità, dunque l’intellettuale nella sua ispirazione si sentirebbe libero di esasperare questa scissione ripiegandosi su se stesso.

Questa frattura, secondo Schlegel, è frutto della religione cristiana che rintraccia nel peccato originale la causa della separazione  tra umano e divino, per cui l’io tenderà sempre a proiettare la sua infinità in un Dio, come successivamente affermerà il pensatore Feuerbach.

L’artista imposta un rapporto quasi conflittuale con la sua opera poetica, in quanto essa si rivela insufficiente all’espressione del suo soggettivismo esasperato. Questo sentimento di perenne incompiutezza decreterebbe una sorta di hegeliana “morte dell’arte”, ormai inadeguata all’adempimento del suo ruolo. I filosofi tedeschi romantici definiscono “sehnsucht”- letteralmente “desiderio del desiderio”- questa sete di piacere infinito incolmabile nella realtà che, coerentemente alla concezione leopardiana, è capace di fornire solo e unicamente piaceri limitati, tanto per estensione quanto per durata.

In Italia, invece, il conflitto io-mondo assume una caratterizzazione storicamente determinata, in quanto basata sulla metastorica opposizione tra valori ideali e situazione reale.  Quest’interpretazione si risolve nella ricerca di soluzioni attraverso la letteratura che diventerebbe il mezzo per “calare l’ideale nel reale”, compito a cui Manzoni adempie col suo romanzo storico “I promessi sposi”.

Il Romanticismo italiano, quindi, da una parte si sviluppa in una linea di continuità rispetto all’Illuminismo se si considera la visione della letteratura come mezzo civile per formare il ceto borghese, dall’altra genera la moderna concezione della storia: tanto gli individui quanto la nazione cominciano difatti ad essere concepiti come prodotti storici.

Silvia Di Conno

 

 

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