“La banalità del male”, la tesi di Hanna Arendt contro il gerarca nazista Adolf Eichmann

«Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, ne demoniaco ne mostruoso»

(Hanna Arendt)

hannah-arendtLa tesi della banalità del male fa capo ad uno degli scritti più famosi della filosofa Hanna Arendt: “Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil”.
Strutturato come un vero e proprio diario, questo saggio tratta del processo svoltosi a Gerusalemme nel 1961 contro il gerarca nazista Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei. Dalle parole di questa pensatrice contemporanea emerge una verità allarmante: non c’è bisogno di essere una persona eccezionale per fare del male eccezionale. Eichmann ne è la prova. Lì dove ci si aspettava di trovare un bruto sadico e machiavellico, si scorgeva solo un piccolo uomo mite e senza pretese, l’immagine di un burocrate incolore.
La Arendt consacra un nuovo modo di guardare al Male, in piena contrapposizione con il volere da lei stessa espresso nella precedente opera “Le origini del totalitarismo”. Ammette, con amaro disincanto, che le tante mostruosità perpetrate dalla maggior parte dei tedeschi nella Germania nazista non sono imputabili ad un’indole naturalmente distorta –più facilmente condannabile- ma ad una totale assenza di giudizio, una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni.
La tragedia dell’olocausto appare come il prodotto delle azioni di tante marionette succubi del comando.  “Folli” «né perversi né sadici, bensì  terribilmente normali.», animati da una bieca incapacità di pensare.
Pochi anni dopo il clamoroso processo tenutosi a Gerusalemme,  due dei più autorevoli psicologi sociali del ventunesimo secolo  si interrogano sul concetto arendtiano del male come banalità. Philip Zimbardo e Stanley Milgram raggiungono il pantheon della fama con due paradigmi sperimentali di immenso valore e  trasformano pure congetture filosofiche in ipotesi verificabili e in risultati scientificamente fondati.
Pur criticati da altri esperti – i quali ritengono che non ci possa essere scelleratezza senza coinvolgimento attivo e volontario – ammettono che il “malvagio” e “luciferino” di per sé non esistono e le azioni, crudeli o disumane che siano, non dipendono dalla psicopatologia.
Per la prima volta si è di fronte ad un’interpretazione situazionale, piuttosto che disposizionale, del comportamento umano.  E’ il cosiddetto effetto Lucifero, come lo definisce Zimbardo: il male che si instilla in uomini pressoché normali a causa delle drammatiche circostanze ambientali in cui ci si viene a trovare.
La riflessione di Zimbardo parte dal seguente quesito: «cosa succede quando si mette una brava persona in un ”Evil Place?» La risposta vien da sé: «Il luogo del male vince».
L’esperimento della Prigione di Stanford, condotto nel 1971, dimostra che ragazzi senza precedenti violenti, ben educati e di un ottima estrazione sociale possono trasformarsi in guardie oppressive o in docili detenuti per il solo fatto di vivere in un contesto rigidamente determinato.
Regole ferree , ruoli ben definiti e la presenza di un’autorità volitiva rendono i “prigionieri” delle vittime sempre più sottomesse e i “secondini” dei veri carnefici, che fanno della violenza e dell’umiliazione il proprio credo. La prigione finta diviene, nell’esperienza psicologica dei soggetti sottoposti all’esperimento, una prigione vera.
Zimbardo parla di deindividuazione, un processo psicologico caratterizzante entrambe le fazioni e definito dalla perdita di coscienza di sé e dal conseguente rafforzamento dell’identità di gruppo. L’indebolimento del senso di responsabilità, il sentimento di anonimato, l’autovalutazione diminuita, la messa in atto di comportamenti antinormativi e disinibiti sono tutti esiti inevitabili  di un’identificazione disfunzionale agli scopi del proprio gruppo. L’opposto dell’ individuazione come senso di  unicità, distinzione dalla massa e pieno contatto con la propria moralità.
Nella genesi di condotte distruttive vi è anche l’arte della cieca obbedienza, cosi come la definisce Milgram. Questa forma particolare di conformismo, che porta a non sentirsi moralmente responsabili delle proprie azioni, funge da risposta al quesito: «È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?»
Nell’ottica dello psicologo molti nazisti non hanno fatto altro che agire all’interno dei ristretti limiti permessi dalle “leggi”, seguendo ciò che era garantito istituzionalmente, esattamente come i suoi soggetti sperimentali. Costretti e legittimati dallo sperimentatore a somministrare scosse di intensità crescente ad un partecipante ignaro, sottostanno agli ordini senza proferir parola. L’unica cosa che interessa, a dispetto delle suppliche dei propri sottoposti, è essere dei bravi esecutori del volere altrui.
La riflessione che inevitabilmente scaturisce da tutto ciò, pur ammettendo che tante e variegate sono state le critiche mosse a questi approcci, è che la specie umana è in larga parte tendente all’imbecillità. L’uomo soggiogato dai ruoli è un uomo sottomesso, passivo, vittima di un’autorità egemone e incapace di resisterle. E’ un uomo che, in onore della sua sudditanza, può essere artefice dei più terribili misfatti.

 

Francesca Rotondo

 

 

 

 

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