Immigrazione. Questione (e responsabilità) europea

Altre quarantacinque vittime. Questa volta morte per asfissia su un peschereccio stipato al punto da impedire ad alcuni degli imbarcati di respirare. L’ennesima tragedia che si consuma nel tratto di mare oggi diventato la rotta più pericolosa del mondo. Dall’inizio del 2014, con l’operazione Mare Nostrum in corso, sono circa cinquantamila i migranti giunti dalle coste del Nord Africa nell’Italia Meridionale e in particolare in Sicilia. Queste persone, che portano il peso di violenze subite sia nei luoghi da cui fuggono, sia durante il lungo viaggio per raggiungere l’Europa, hanno diritto a ricevere la protezione che le loro condizioni di vulnerabilità e sofferenza richiedono. Purtroppo non è questo che succede. La risposta dell’Europa è stata la costituzione di Frontex, cioè di un sistema di controllo aereo-navale volto non ad assistere ma ad impedire l’arrivo delle imbarcazioni. E il nostro governo ne chiede il rafforzamento, sensibile forse ai soliti attacchi scomposti di chi vuole la chiusura dell’operazione Mare Nostrum.

Siamo invece convinti che per evitare altre tragedie, la via sia quella di aprire canali di ingresso umanitari, affidandone la gestione alle organizzazioni delle Nazioni Unite che di questo si occupano in tutto il mondo (in primo luogo l’Unhcr). Questo garantirebbe la sicurezza dei profughi e impedirebbe ai mercanti di morte di continuare a fare affari sulla loro pelle. Un’altra misura è l’applicazione della direttiva europea sulla protezione temporanea in caso di afflusso straordinario di persone in cerca di protezione (Direttiva 2001/55/CE del 20 luglio 2011), rilasciando a coloro che arrivano dalle principali aree di crisi un titolo di soggiorno valido in tutta l’Unione europea.

Adottare queste due proposte sarebbe il modo migliore per iniziare il semestre di presidenza italiana dell’Unione europea, dando cioè un segnale chiaro di come l’Europa, fedele ai principi della sua costituzione, debba sempre più qualificarsi come Unione dei diritti e della solidarietà.

C’è speranza che questo accada? Giudicate voi. L’Unione Europea, impareggiabile nel creare agenzie come il Frontex (che per il 2014 ha un budget di soli 90 milioni di euro, l’equivalente per l’intera Ue del costo di dieci mesi della missione umanitaria solo italiana “Mare Nostrum”) o nell’immaginare il sistema di monitoraggio satellitare Eurosur, chiude sistematicamente gli occhi di fronte al problema. «Un’europeizzazione del problema degli sbarchi – confidano a Bruxelles fonti diplomatiche – comporterebbe costi e oneri che i Paesi del Nord non sono disposti a sobbarcarsi». Molto più semplice, come fa il presidente in pectore della Commissione Europea Jean–Claude Juncker, ipotizzare la figura di un commissario delegato alle questioni dell’immigrazione. Grandiosa idea, se pure con un ritardo di almeno quindici anni. Come in ritardo rispetto alla realtà delle cose sono alcuni dispositivi che attengono al diritto di asilo, primo fra tutti il “Dublino 3”, il regolamento della Ue che impone ai migranti di fare richiesta d’asilo nel primo Paese in cui sbarcano. Il che vuol dire prevalentemente da noi, a prescindere da dove spesso già risiedano le loro stesse famiglie.

Come se non bastasse, la gestione dell’accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia sembra un cane che si morde la coda. Il 2014 si era aperto con la pubblicazione a fine gennaio della graduatoria dei progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) per il triennio 2014/2016. Un bando che aveva previsto obbligatoriamente la preventiva disponibilità, da parte dei comuni titolari dei progetti, ad attivare dei posti aggiuntivi in caso ce ne fosse stato bisogno. Posti che si aggiungono a quelli del progetto ordinario, posti quindi la cui gestione è affidata a soggetti che sono stati valutati da una commissione ad hoc,soprattutto, posti ai quali è garantito il modello di accoglienza fatto di tutela e integrazione e di una permanenza minima di 6 mesi. Questi posti sono circa 7mila. Pronti per esser attivati. Ma il Ministero dell’Interno sostiene che non ci sia copertura.

La copertura c’è solo se gli arrivi di questi ultimi mesi vengono denominati “emergenza sbarchi”. Ecco che allora la copertura, almeno presunta, c’è. Ecco che il 20 marzo il Ministero dell’Interno ha diramato una circolare dove viene attivato, attraverso l’uso delle Prefetture, un canale parallelo emergenziale. Un canale che inquina le relazioni locali e obbliga a procedure straordinarie al di fuori delle regole e degli standard assicurati nella rete Sprar.

La verità è che l’emergenza rimette spesso al centro soggetti che non hanno competenze e che non danno alcuna garanzia neanche dal punto di vista amministrativo. È bene che si metta fine a queste politiche contraddittorie gestite sulla pelle dei richiedenti e titolari di protezione internazionale. Bisogna mettere a punto nuove misure per sostenere più da vicino i Comuni che in queste settimane stanno affrontando l’arrivo di immigrati. Serve un più stretto raccordo tra Governo, Prefetture e Comuni. Ad oggi, l’iniziativa, non di rado, è stata lasciata a questo o quell’amministratore locale. Non possiamo pensare che tutto sia affidato alla buona volontà dei singoli.

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Antonio Calisi

Antonio Calisi

Direttore Editoriale

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