Il Vangelo del giorno 2 dicembre: “Tutto è pronto; venite alle nozze!”

Per vivere l’Avvento come tempo di attesa del Signore nell’assiduità alla sua Parola, la Comunità di Bose, ogni giorno ci propone la meditazione sul vangelo quotidiano preparata da un fratello o una sorella di Bose.

Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio.Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?». Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

matisse_stanza_rossaNel periodo di Avvento, tempo di attesa e vigilanza, la liturgia ci propone dei testi in cui ci esorta a prepararci alla venuta gloriosa del Figlio di Dio. Tale attesa dobbiamo viverla con un’attenzione più profonda nel quotidiano, capaci di scorgere anche negli eventi più semplici un appello a vivere il Vangelo e a vedere in essi la presenza e l’amore gratuito del Signore.

La pericope del Vangelo di oggi, Matteo 22,1-14, è l’ultima delle tre parabole rivolte da Gesù nel tempio di Gerusalemme ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo. Gesù ci racconta di un invito a un banchetto di nozze, dunque di un evento festoso che fa parte della nostra vita. Più in particolare, nella parabola il Regno dei cieli è paragonato alla storia di un re che, per le nozze del figlio, manda i suoi servi a chiamare gli invitati. I colori della scena sono luminosi come quelli che ci sono per una festa di nozze, ma, per contrasto, risulta ancor più grave la mancanza di interesse da parte degli invitati. Non c’è una trasgressione da parte loro, ma una profonda offesa verso il re, in quanto gli invitati preferiscono il lavoro quotidiano nei campi e negli affari alla festa organizzata da lui. Anzi il loro disinteresse si trasforma inspiegabilmente in cattiveria, tanto da sentirsi importunati e da reagire eliminando sbrigativamente i messi reali.

La risposta del re non si fa attendere ed esprime, al di là delle immagini violente descritte, attraverso le quali è possibile che Matteo stia alludendo alla distruzione di Gerusalemme del 70 d.C., che l’unica esigenza richiesta a chi vuole entrare nel Regno di Dio è quella di accettare il dono di Dio, di accogliere il suo amore gratuitamente. Ma, evidentemente, a un tale appello non è semplice rispondere. A noi è richiesta una vigilanza nel riuscire a scorgere il dono di Dio. Dono che non è visibile a occhi distratti o offuscati dalle proprie preoccupazioni, come gli invitati della parabola, che preferiscono andare ai propri campi, o, addirittura, come coloro che ne vengono infastiditi perché la gratuità dell’amore rivolto a loro è una minaccia alla loro logica relazionale, basata sul potere e sul possesso e non da ultimo sulla violenza.

La parabola prosegue e l’iniziativa del re è ancora più sorprendente. Al rifiuto dei primi invitati egli non restringe il bacino da cui attingerne altri, magari più rispettosi e che gli diano garanzie di capire il dono che viene loro offerto, al contrario! Esorta i suoi servi ad estendere l’invito a chiunque avessero incontrato, senza distinzioni, cattivi e buoni. Una tale iniziativa di apertura e di accoglienza è forse un appello per noi, oggi, a non chiudere, solo per paura, le nostre frontiere sia geografiche sia mentali, ma a scorgere in quel “tutti quelli che troverete” (v.9) quelle persone in fuga dalla fame e dalla guerra dei nostri giorni. Persone che incontriamo “ai crocicchi delle strade” e forse che proprio loro siamo chiamati ad invitare al banchetto e a non giudicare, già da noi stessi, come cattive.

Ma questa seconda chiamata, che esprime ancor più l’amore gratuito e misericordioso di Dio, non è a basso prezzo. Il cristiano deve scorgere che a tale amore senza limiti è necessaria un’adesione profonda e concreta. Adesione che nella parabola è simbolizzata dalla veste bianca. Il numero dei chiamati è grande, molti vengono lasciati entrare senza distinzione e condizione, l’ingresso è libero. Questo, però, non significa che l’ammissione al banchetto garantisca anche l’elezione definitiva nel regno di Dio alla fine dei tempi. C’è chi si accosta al banchetto con una speranza piena di fiducia e chi con una sicurezza piena di presunzione. È possibile che l’uomo che non indossava la veste bianca si facesse forza di questa presunzione. La sua presunzione è stata quella di pensare che fosse sufficiente accettare l’invito del Vangelo e rifiutare di adeguare la sua vita a questa Parola.

Questo il messaggio della parabola, un appello in questo tempo di avvento a vigilare per scorgere nella nostra quotidianità quell’invito che il Padre ci rivolge, e a discernere come tradurre responsabilmente nella nostra vita con gli altri quell’Amore a noi donato gratuitamente. Solo facendo la volontà del Padre potremo far parte di quel banchetto con la veste nuziale.

Sorella Beatrice

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