“Dell’amore e di altri demoni”: un romanzo di Gabriel Garcìa Màrquez

“Dell’ amore e di altri demoni”, scritto da Garcìa Marquez e pubblicato per la prima volta nel 1994, muove da una premessa autobiografica dell’autore: come un poema epico, questo capolavoro intriso di misticismo necessita infatti di una sorta di proemio per autolegittimarsi rendendo così la sua magia ancora più folgorante. L’autore racconta infatti di un episodio del 1949: il caporedattore del quotidiano dove egli stava cominciando a lavorare come giornalista gli chiede di ispezionare il convento delle clarisse, trasformato in ospedale da un secolo e in procinto di essere venduto per costruire al suo posto un albergo a cinque stelle.

Prima che il profano si innesti prepotentemente sul sacro, Garcìa Màrquez si reca quindi come giornalista nelle cripte del convento ove assiste all’opera di sventramento delle fosse attuata con zappa e piccone dagli operai per separare le ossa dei morti dai brandelli di abiti, pietre preziose e pezzi di gioielleria.

L’immagine che resta vivida nella memoria dell’autore è proprio la prima visione di cui egli è partecipe entrando nel tempio: una lunga fila di cumuli di ossa riscaldate dal sole d’ottobre che penetra dagli spiragli del soffitto e distinte le une dalle altre solo tramite il nome del soggetto a cui erano appartenute, scritto a matita su un pezzo di carta adagiato su di esse. Tutto ciò che resta di ogni uomo lì sepolto è quindi nulla più che un mucchietto di ossa con sopra appoggiato un fogliettino volante di carta su cui è apposto il suo nome, uno tra tanti, insignificante tanto quanto gli altri.

Tra le lapidi che vengono tirate fuori figura quella di Sierva Marìa de Todos los Angeles avente una splendida chioma ramata di ben ventidue metri e undici centimetri: il capomastro spiega allo scrittore come i capelli continuino a crescere di un centimetro al mese anche dopo la morte, per cui quella ragazzina doveva essere morta almeno 200 anni prima. I capelli sembrano essere quindi la parte più terrena, più attaccata alla vita nella misura in cui negli anni si ostinano a procedere innanzi sfidando la morte del soggetto stesso: “sembrerebbero resuscitare meno delle altre parti del corpo”.

Questo ritrovamento riporta la mente di Garcìa Màrquez alla leggenda raccontatagli dalla nonna quand’era piccolo e ruotante attorno alla storia di una marchesina di dodici anni avente una chioma paragonabile allo strascico di una sposa, morta di mal di rabbia per via di un morso di un cane e venerata nei paesi dei Caraibi per i suoi miracoli.

Questa figura leggendaria fatta dallo scrittore corrispondere alla chioma e alle ossa ritrovate è la protagonista di questo romanzo, ambientato in Colombia nel periodo dell’Inquisizione spagnola: Sierva Marìa nasce dal matrimonio tra il marchese di Casalduero e Bernarda Cabrera ed è cresciuta tra i loro schiavi neri, tenuta separata dalla lussuosa abitazione dei genitori per via dell’incompatibilità con la madre che è atterrita dagli occhi vitrei della bambina e dal suo inumano silenzio.

La madre è infatti totalmente incapace di provare affetto nei confronti di sua figlia e si libera da questo inquietante fardello grazie alle balie che la tengono a bada: ella si rifugia così nel mito di quelle che sono state la sua bellezza da sirena capace di sedurre chiunque e la sua abilità negli affari, ormai sfumate nel suo essersi lasciata andare ai piaceri della gola e ad unguenti profumati. Il miele e il cioccolato sono le sue droghe da cui ricava un supremo piacere che si autoalimenta sempre più facendola assentare da quell’insulsa realtà.

Alla vigilia del suo dodicesimo compleanno, Sierva Marìa, recatasi al mercato con la sua balia, è morsa da un cane malato di rabbia ma sembra non avere sintomi. Per sua natura mentitrice, la ragazzina nasconde la realtà anche a se stessa fingendo che non sia successo nulla: festeggia nella sua abitazione con gli schiavi, unico mondo in cui si sente libera di essere selvaggia in quel macrocontesto che è invece così opprimente.

Nella storia della città sono numerosissimi i casi dei malati di rabbia e questi ultimi sembrano assumere le stesse forme del cane che li ha morsi, tranne la protagonista della storia, quasi che la sua inumanità sia tale da non poter regredire a un livello di inumanità ulteriore. La madre, ovviamente, non appena apprende dell’accaduto si mostra totalmente indifferente, perché la vita o la morte della figlia sembrano non tangerla.

E’ mirabile il modo in cui Garcìa Marquez traccia la labilità del confine tra sovrumanità e inumanità in Sierva Marìa, avente una forza fisica e una bellezza sovrumane e un modo di comportarsi inumano solo nella misura in cui esso è definito tale dalla civiltà del macrocontesto in cui vive, ma è invece adatto all’interno della cerchia di schiavi in cui è cresciuta.

L’apparente incapacità di provare sentimenti propria della ragazzina si mostra in tutta la sua falsità nel convento delle suore in cui è chiusa perché ritenuta posseduta da entità sataniche e quindi da esorcizzare: effettivamente le condanne funzionano come una sorta di effetto placebo nei confronti della ragazzina che nella cella in cui è chiusa dà sfogo alla libera manifestazione di tutte le usanze proprie della comunità africana dove è cresciuta, le quali, viste da un occhio cattolico e bigotto, sembrano opera del demonio.

In questo clima surreale altrettanto significativa è la figura del padre di Sierva Marìa, un marchese che ha vissuto in uno stato di quasi autismo fino all’età di vent’anni e che vive nel ricordo dell’amore perduto di una ragazza del manicomio femminile accanto alla sua abitazione. Giunto ad un livello di totale estraneità con la moglie, egli si lascia lacerare dal senso di colpa per la sua incapacità di conoscere la figlia, pur amandola come nulla al mondo: solo nel suo amore, agisce in preda alla disperazione. Avendo saputo che c’è la possibilità che la figlia abbia contratto la rabbia, egli la allontana dagli schiavi e la sistema nella sua abitazione per poi farla visitare dai migliori medici. Quando riceve il consiglio di farla esorcizzare per via di suoi modi di reagire inumani, egli la conduce in questo convento, ma resta disperato fino all’ultimo, combattuto tra i consigli esterni e il bene di una figlia tanto amata quanto a lui sconosciuta: durante la permanenza della ragazzina lì, egli sperimenta un senso di lacerazione unico nella misura in cui si sente colpevole delle estenuanti “terapie” a cui Sierva Marìa è sottoposta.

La figura di Padre Cayetano Delaura è un altro personaggio centrale del romanzo: egli, incaricato di guarire Sierva Marìa, è l’unico essere umano con cui instaura un rapporto ed è il solo a rendersi conto di come progressivamente l’unico demone che li sta possedendo sia quello dell’amore: più pensa alla ragazzina, più gli cresce l’ansia di pensarla. Platone nel “Simposio” parla di Eros (amore) come un demone, un semidio nato al banchetto di Afrodite dall’unione tra Povertà ed Espediente: per questa ragione egli, in memoria della dea Afrodite, tenderà sempre al bello; in ricordo della madre sarà sempre povero, sempre bisognoso di qualcosa ma, in memoria del padre, si struggerà sempre nella ricerca di espedienti per ottenere l’oggetto del suo amore.

In questa condizione di perenne e irraggiungibile struggimento nella ricerca della propria unità si consuma questa storia che trae il suo inimitabile clima surreale da un abisso di buia realtà storica per terminare poi in un’irrimediabile degenerazione della surrealtà di partenza.

 

Silvia Di Conno

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