De Nittis, Impressionismo e fortuna critica. Intervista a Giovanni Lamacchia

Giuseppe De Nittis
Giuseppe De Nittis

Torno a intervistare Lamacchia sulla pittura del maestro pugliese e sarei ben contento di capire attraverso le sue considerazioni a che punto è la fortuna critica.

– Gli eventi di questi ultimi decenni hanno contribuito a cambiare la fortuna critica?   

– Secondo me hanno solo contribuito a farlo conoscere al grande pubblico e neppure nel modo migliore.

– Perché non sarebbe il modo migliore?

– Prima di tutto, come ti ho già detto in un’altra intervista, perché le opere di collezioni private (fatte salve alcune) non reggono il confronto con quelle magistrali donate a Barletta dalla vedova. E bisogna anche dire che  in questi ultimi anni i quadri firmati De Nittis che saltano fuori sono troppi, come se 169enne vivesse ancora da qualche parte e dipingesse.

– Quale sarebbe allora il modo migliore per esporre le opere e scrivere una pagina nuova della fortuna critica?

– Non sono convinto che debba scriversi una pagina nuova. Più leggo le considerazioni di critici e giornalisti che avevano visitato il suo atelier e le sue esposizioni e più mi rendo conto che quasi ognuno di loro aveva colto uno o più aspetti specifici della sua pittura.

– E perché secondo te oggi non succede? Cos’è che fa problema alla critica odierna?

– Beh, prima di tutto bisogna considerare che la produzione, smembrata, vive oggi fuori dal contesto storico che l’ha originata (solo le opere donate della vedova possono consentire lo studio a chi abbia capacità e volontà), e gli uomini che le studiano sono molto diversi da quelli di quel tempo e, fatto per nulla secondario, non si trovano sempre davanti ad opere autentiche.

Altro punto essenziale che bisogna tenere in conto è che in Italia il De Nittis non ebbe una critica favorevole. Le pagine più antiche e di qualche interesse furono scritte con livore da amici che si erano sentiti traditi, come il Cecioni e il critico Martelli, e anche gli articoli dedicati a qualche esposizione in Italia erano spesso scritti con dispetto, come per esempio quelli firmati dal Dall’Ongaro (citato anche nelle memorie dell’artista).

Il primo contributo significativo in favore dell’opera denittisiana fu quello del Pica, trent’anni dopo la morte, ma a giudicare dal catalogo direi che non era sempre in grado di discernere un autentico da un falso. Fortunatamente aveva visto l’atelier De Nittis che a detta dei barlettani ‘la vedova aveva conservato come un museo’. Certo dal Pica, che aveva conosciuto e difeso nei suoi scritti gli impressionisti io mi sarei aspettato di più. Però io sono pittore e so bene che devo moderare le aspettative: chi non è del mestiere non può vedere più di tanto.

Un passo avanti – ma nella divulgazione – venne dal Piceni, dagli anni trenta fino ai sessanta, che riuscì ad appassionare Mondatori e inserì il De Nittis nella collana ‘Maestri dell’Ottocento’, che appunto titolava ‘maestri’ quelli che allora erano considerati ‘decadentisti’.

Ma dalle ultime catalogazioni curate dal Piceni fino a quelle più recenti, la produzione si gonfia fino a toccare circa 1100 esemplari.

Per questo io cercai l’inventario dei beni, conservato a Parigi negli Archives de France, dove se ti fai un po’ di conti vedi che il De Nittis in persona non aveva più di 320 quadri (metà dei quali donati a Barletta dalla vedova), al momento della morte.

A questo punto Lamacchia apre il ‘Dossier De Nittis’, edito dalla Stilo editrice, e mi mostra le pagine in cui sono elencate le opere dell’artista, insieme alle opere impressioniste che lui collezionava. Poi prosegue:

 E… se veramente ne avesse mai potuto dipingere e vendere altri ottocento in vita sua, sarebbe davvero diventato uno degli uomini più ricchi del suo tempo. Di certo la vedova non avrebbe conosciuto ristrettezze

Ora, dopo questi pochi punti essenziali, penso che appaia chiaro che non ci si può improvvisare esperti del De Nittis, non credi?

– Credo di poter convenire.

– Eppure in questi anni ne vedo spuntare tanti, allo stesso ritmo dei quadri.

Ma devo anche aggiungere un altro punto che bisogna conoscere: dopo la morte della vedova, un mercante disse di avere il contenuto di una cassa di dipinti che il De Nittis avrebbe smarrito quarant’anni prima. Inutile che ti dica che nei cataloghi le opere che lui avrebbe ceduto superano di numero quelle che il De Nittis stesso possedeva.

– E qui mi pare che la critica si tinga di giallo. Ma se volessimo chiudere con una critica del tempo di De Nittis, cosa diresti?

– Direi che aveva tentato prima ciò che gli impressionisti fecero dopo di lui.

– Bene, nella prossima intervista partiremo da qui.

– Allora partiremo… dalla stazione.

Antonio Calisi

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Direttore Editoriale

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