DE NITTIS, IMPRESSIONISMO E FORTUNA CRITICA Intervista a Giovanni Lamacchia (continua)

De Nittis Eruzione del VesuvioAvevamo chiuso l’intervista precedente chiedendo a Lamacchia una frase della fortuna critica raccolta dal nostro artista in Francia, e aveva riferito una in cui si dichiarava che il De Nittis ha fatto prima quello che gli impressionisti hanno fatto dopo di lui. Riprendiamo ora con un esempio che ci provi la verità di quell’affermazione,
– Avevi detto che saremmo partiti da una stazione…
– Infatti, proprio come si fa quando ci si mette in viaggio. E del resto la vita del De Nittis è stata un lungo viaggio, fuori di metafora. Cominciò presto a mettere nei suoi quadSri i mezzi di trasporto: prima una carrozza nella ìTraversata degli Appennini’ una tela che affascinò i macchiaioli; poi il ‘Treno che passa’, che ebbe un discreto successo di critica nel Salon del 1869; nel Salon del 1872 espose la ‘Strada da Brindisi a Barletta’, con una carrozza in sosta e dei riflessi che affascinarono gli impressionis ti, i critici e i mercanti d’arte; nel 1878 all’Esposizione Universale di Parigi espose una nuova grande tela del ‘Treno che passa’ più matura (conservata nel Museo di Barletta).
A quale quadro impressionista ti fa pensare una stazione ferroviaria?
– Alla Stazione di Saint-Lazare di Monet!
– Certo, non può che venire in mente quello a tutti. Però è del 1877. Ora sarebbe troppo semplicistico dire, guarda le date e vedi quanto aveva ragione chi dichiarava che De Nittis aveva bruciato le tappe.
Oltretutto alcuni potrebbero muovere qualche obiezione…
– Sulla tecnica?
– Ne dubito. Pensa che si crede che il ‘Treno che passa’ del 1878 sia lo stesso presentato al Salon del 1869!
– Come può essere?!
– Semplice, non si leggono e/o non si cercano i documenti. Il primo a scrivere di questo fui io, e dopo di me il Dini e Marini lo ridatarono senza fornire spiegazioni e senza citare le mie obiezioni.
Ma potremmo anche non considerare neppure questi due quadri e prendere in esame una piccola tela conservata al Museo di Barletta, dove tra le nuvole di fumo si scorge il ferro di una locomotiva e dei capannoni, sotto un cielo grigio. Questo prova l’attenzione del De Nittis ad inserire le strutture industriali nei suoi soggetti. La tela però non è datata. Ma nei suoi ricordi c’è l’episodio risalente al 1870, quando durante una sosta alla stazione di Macon schizza le tettoie su un tacquino e si avvicina un poliziotto sospettando che sia una spia.
– Allora ci sono abbastanza motivi per aderire alla critica francese. Ma perchè non dovremmo considerare quelle altre tele?
– Qualcuno potrebbe obiettare che sono grigie, che non ci sono quei giochi magistrali di riflesso degli impressionisti, e chissà quanto altro.
– E allora?
– Allora io punto sugli studi del Vesuvio, del 1872. Per gli impressionisti, era stata una bella fortuna lavorare là al tempo delle eruzioni. Molta invidia, per questo: De Nittis lavorava pacifico nella sua terra e veniva spesato da un mercante francese.
Oltre alle tele più note, il De Nittis portò con sè casse di piccoli studi che avevano poco interesse per i mercanti di quel tempo, ma tantissimo per gli ‘addetti ai lavori’ e per i visitatori curiosi del suo atelier. Goncourt scrisse nel suo Journal che quando De Nittis apriva una cassa e tutti si passavano gli studietti per ammirarli, Degas ‘faceva il cieco’.
– Immagino che non ti fermerai a queste riflessioni…
– Certo, si potrebbe scrivere tanto, ma non si tratta di dar vita a nuove pagine di critica quanto di recuperare quelle che raccontano il De Nittis autentico.

Antonio Calisi

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Antonio Calisi

Antonio Calisi

Direttore Editoriale

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