Dante si smarrisce nella selva oscura

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita (Inf., I, 1-3).

Illustrazione 1 della Divina Commedia: Inferno di Gustave Dore (1832-1883)

Il primo verso del componimento pone nel tempo gli avvenimenti che saranno raccontati, in modo particolare nel tempo del protagonista, ma anche nella «nostra vita». In questa prima terzina abbiamo il primo riferimento biblico del Salmo 89 (90), 10: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti»; perciò, se è alla metà della vita, il protagonista ha trentacinque anni. Questa indicazione, con le altre, consente di collocare il viaggio narrato nell’anno 1300, anno del primo Giubileo.

È importantissimo che la vita dell’uomo sia specificata con l’immagine del viaggio, il «cammin di nostra vita», dal momento che l’uomo vive in esilio da Dio (sua vera patria) da quando Adamo ed Eva furono cacciati dal Paradiso terrestre (a causa del peccato), e da allora è impegnato in un cammino di ritorno verso Dio. Per questo la vita terrena è considerata un viaggio e l’uomo è homo viator, un viaggiatore, finché non raggiungerà Dio in Paradiso, dove sarà finalmente nella patria celeste. Già in apertura, dunque, è presente una prima immagine biblica (l’allegoria della vita come cammino): capiamo sin da subito quanto importante sarà il valore di quest’opera.

Questo primo verso, ricco di riferimenti, è innanzitutto una riscrittura della citazione biblica del profeta Isaia: «A metà dei miei giorni me ne vado, sono trattenuto alle porte degli inferi» (Is 38, 10). Il brano della Sacra Scrittura ricorda la malattia e il pericolo di morte affrontato dal re Ezechia, al quale il Signore concede per mezzo di Isaia la guarigione. Ezechia intona dunque un inno di gratitudine che comincia con le parole che abbiamo citato della Bibbia.

Dal punto di vista tematico, l’indicazione lascia prevedere il superamento del pericolo e il recupero della salvezza; sul piano stilistico, il poema prende fin dall’inizio il prestigio e la sacralità del testo biblico.

In relazione al brano di Isaia, invece dell’aggettivo possessivo di prima persona singolare, Dante utilizza il plurale «nostra», che probabilmente deriva dal versetto del salmo che stabilisce il corso della vita dell’uomo. Nella combinazione dei due testi biblici, Dante presenta la propria vicenda assegnandole un valore universale. Comunque, all’aggettivo possessivo di prima persona plurale seguono il verbo e il pronome alla prima persona singolare: «mi ritrovai». Dante perciò simboleggia sia l’umanità (poiché la vicenda avrà valore collettivo), sia una persona ben determinata, con la sua storia e la sua identità, e come ogni uomo in questa vita è chiamato a compiere un cammino di redenzione e purificazione morale per svincolarsi dal peccato e ottenere la felicità. La collocazione dei fatti a metà della vita manifesta un punto di cambiamento di direzione e acquisisce il significato di un nuovo esordio: il «ritrovarsi» è un rendersi conto di essersi persi. Da questa consapevolezza germoglierà una nuova ricerca della salvezza.

La rappresentazione della «diritta via» è messa in relazione a quella del «cammino»: se la vita è un percorso di ritorno verso Dio, perdere la via significa non giungere più alla metà. La «via» è metafora della figura di Gesù che ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14, 6). Tuttavia, è possibile anche una spiegazione in chiave morale: il cammino come via della virtù, della verità e della fede, l’unica in grado di condurre l’uomo alla felicità e alla salvezza. Avendo smarrito la retta via, Dante si ritrova in una selva oscura. Lui stesso non sa dire come ci è arrivato, poiché era assonnato quando ha perso la giusta strada.

Sul piano allegorico, la selva rappresenta proprio il peccato: essa è infatti descritta come «selvaggia e aspra e forte» (v. 5), spaventosa al solo ricordo e poco meno amara della morte stessa.

All’immoralità del protagonista coincide, sul piano universale, la degenerazione etica e spirituale dell’umanità e, a livello sociale, uno stato di confusione, di discordie e di illegalità.

Il primo atto di Dante, quando giunge al limite della selva e si trova ai piedi di un colle, è quello di guardare in alto e scorgere la cima del colle rischiarato dai raggi del sole nascente:

guardai in alto e vidi le sue spalle

vestite già de’ raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogne calle (Inf., I, 16-18),

che ricorda il salmo: «Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?» (Sal 120(121), 1); questo atteggiamento rivela la conversione del peccatore e il suo orientarsi verso Dio per cercare soccorso.

Con questa condotta, Dante intraprende il risanamento della propria umanità che è a immagine e somiglianza di Dio e aspira a ritornare a Lui.

Antonio Calisi

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Direttore Editoriale

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