Dal regista Jaco Van Dormael, “Dio esiste e vive a Bruxelles”

locandinapg1[1]Il regista Jaco Van Dormael con questo film  traccia una “deliziosa” e sapiente rappresentazione della polarizzazione del divino che presuppone da un lato una soggiacente cattiveria, visibile nell’accanimento di un Dio raffigurato come immorale, rozzo, crudele e accanito contro l’umanità, dall’altro un’emergente buona predicazione di fraternità tra gli individui attuata da suo figlio Gesù Cristo.

Questa  scissione tra negatività (Dio) e positività (Gesù) all’interno del divino può apparentemente apparire blasfema, ma di fatto è solo un mezzo finalizzato ad  attuare un’amara riflessione su una questione filosofico-teologica antica quanto il mondo stesso, ossia il perché del male. Il regista attua dunque un vero e proprio ribaltamento della classica tradizione della teodicea con cui si cercava di conciliare l’esistenza di un Dio buono e misericordioso e la presenza del male.

L’inspiegabilità di quest’ultimo è quindi simpaticamente resa da questa versione 2.0 di un Dio cattivo a noi coevo che si prende beffa dell’umanità dietro lo schermo di un computer:  il motore sia della sua azione creatrice dell’umanità, sia del mantenimento della stessa è stata la noia. E’ in virtù di quest’ultima che egli stila una lista interminabile di tutte le norme della sfiga a cui gli umani saranno sottoposti.

Il sovvertimento dell’ordine avviene quando la figlia di Dio, stanca del crudele accanimento del padre, invia un sms a tutti gli uomini con il conto alla rovescia dei giorni che restano loro da vivere. Ognuno comincia quindi ad avere una visione della propria vita da una prospettiva diversa, decidendo di modificarla del tutto o di continuare a galleggiare nella propria routine come se nulla fosse.

La bambina, mossa anche dall’intento di mettere per iscritto “la musica che ognuno di noi porta in sé”, decide di scrivere un nuovo Testamento  che sia un arrivederci alla vita da parte di sei uomini che, secondo quanto dicono gli sms, sono in procinto di morire: sei solitudini che si intrecciano per scrivere la nuova parola divina.

Tra i sei uomini emblematico è il caso di Jean Claude, un uomo che ha abbandonato la sua vena avventuriera per accontentarsi del grigiore di un ufficio: una volta che viene a saper quanto gli resta da vivere, egli inizia a seguire il volo degli uccelli, perché non sa trovare un motivo per cui sarebbe preferibile essere in un posto piuttosto che in un altro.

Un’altra nuova “discepola” è Martine, una donna triste che, dopo essere stata tradita dal marito, si riconcilia con l’umanità innamorandosi di un gorilla: dietro questa coppia ridicola si cela una vera e propria riconsiderazione dello statuto dell’umano, per cui uno sguardo animale può suscitare più empatia di quello di un uomo.

Silvia Di Conno

 

 

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