Dal 4 al 9 novembre, visita della madre generale delle Suore Figlie della Chiesa, Theresa Purayidathil, a Siena

In occasione della visita a Siena della madre generale delle Suore Figlie della Chiesa, Theresa Purayidathil, e in particolare presso la realtà delle consorelle della Cappella Universitaria, dal 4 al 9 novembre, si è avuta l’opportunità di rivolgerle alcune domande in merito a questa nuova esperienza.

Perché avete deciso di venire in visita a Siena?

«Non è la prima visita in questa città, ma precedentemente son sempre venuta di passaggio, invece questa volta mi sono fermata quattro giorni interi. Sono arrivata il cinque novembre e sono stata fino al nove. Questa visita è stata organizzata perché fa parte del mio impegno di visitare tutte le comunità per conoscere dal vivo e condividere la vita delle sorelle. In questi sei anni di servizio dovrei visitare tutte le comunità, non solo incontrando le sorelle, ma tutte le persone che si trovano nell’ambiente.»

Cosa avete vissuto in questi quattro giorni intensi? E cosa vi ha maggiormente colpito sia della realtà senese sia di quella più strettamente correlata alla Cappella Universitaria?

«Il primo giorno le sorelle ci hanno accolto lietamente e ci hanno presentato alla comunità. La sera abbiamo visitato il museo delle contrade con il priore e sono rimasta molto colpita di quanto per Siena sia importante la realtà del Palio. Poi abbiamo partecipato all’Eucarestia nella cappella di contrada con don Enrico.
Il giorno successivo, domenica, abbiamo partecipato alla messa della Cappella Universitaria. Mi è piaciuta molto la celebrazione, curata nel suo stile e nei canti del coro, e mi ha trasmesso una sensazione familiare. Al termine, ho salutato tutti e poi abbiamo condiviso con i presenti un momento di fraternità nel salone. Ho avuto l’opportunità di raccontare la mia esperienza di accostamento alla fede. Sono rimasta molto colpita dal fatto che questi giovani, che provengono da tutte le regioni di Italia, riescono a trovarsi insieme e a costituire un gruppo, accomunato dal fatto di essere studenti.
Il giorno dopo, lunedì, ho parlato, in maniera più specifica, con le sorelle, ascoltando il loro cammino e la loro vita curata con la preghiera e lo studio.
Martedì sera, invece, abbiamo partecipato all’incontro di VolUnisi e mi sono molto meravigliata di vedere giovani che hanno questa passione di rendere la loro vita significativa. Il volontariato va oltre la semplice cura di noi stessi, con la quale non proviamo la stessa gioia del dare e del ricevere. È importante far questo in gruppo, infatti sono rimasta colpita da come i più grandi, con più anni di esperienza, abbiano coinvolto i più giovani appena arrivati. Bisogna creare un gruppo – soprattutto quando si va a vivere fuori città – che diviene una casa fuori dalla propria casa. Ciò implica che ci sia anche fatica, incomprensioni normali, ma ne vale la pena, soprattutto se ciò è volto a procurare felicità. Per esempio, immagino che nelle case di riposo gli anziani abbiano bisogno di vedere un volto giovane, anche se non se lo ricorderanno, ma questo non deve destabilizzare il volontario, l’importante è quel momento: far sentire le persone bene. Il doposcuola è un’altra attività che mi ha colpito: al giorno d’oggi la situazione familiare è molto particolare e i figli sono portati a vivere una serie di difficoltà, quindi bisogna avere un giovane come punto di riferimento. Voi non siete solo studenti, ma anche evangelizzatori. Gesù faceva lo stesso con i suoi apostoli: aiutava, andava a trovare una persona malata, poi, alla fine, si ritrova con i suoi e si confrontava vicendevolmente su come fosse andata. Oggi è difficile aderire a questa realtà, i ragazzi amano divertirsi in un altro modo, difficilmente vanno in chiesa. Invece in voi vi è qualcosa che vi spinge ad unirvi, un progetto di Dio alla base, ognuno di noi è un Suo capolavoro.»

Cosa pensa della vita delle sorelle di questa comunità?

«Le sorelle sono piene di passione per gli altri. Vedo un sostegno reciproco tra di loro, un dare e un ricevere gratuito. Se non vi è gioia nella fatica, non ha senso. Chiara è piena di entusiasmo per i suoi alunni; Mariangela, nonostante gli acciacchi dell’età, ha ancora una forza interiore incredibile e Grazia è così piena d’amore per i suoi ragazzi e per tutte le attività che gestisce. Quando pranzavamo a tavola, mi piaceva molto ascoltare i racconti della loro giornata e condividere le loro gioie.»

Ci racconti qualcosa della sua esperienza vocazionale.

«Da piccola ero incuriosita dalla vocazione della suora, ma, una volta iniziato il percorso della scuola superiore, lo avevo dimenticato, poi Dio è tornato nella mia memoria. Un giorno venne nel mio paese in India una suora italiana. Io le andai a parlare insieme a mio fratello, all’insaputa della mia famiglia, infatti mio padre non era concorde, perché non voleva che mi allontanassi dal mio Paese. Parlando con la suora capii che era quella la mia strada. Tornata a casa, lo dissi a mia madre, la quale fu subito contenta, invece aspettai a dirlo a mio padre. Nonostante tutto, con il tempo, riuscii pian piano ad intraprendere il mio cammino vocazionale facendo un patto con mio padre, cioè che non mi allontanassi dal mio Paese. Ma poi è successo tutt’altro: sono andata in Italia, sono diventata madre generale e ho avuto l’opportunità di far visita a voi e di conoscere la realtà di questa bella comunità. Speriamo di rivederci presto. Continuate questo cammino con coraggio e determinazione, fate di questa società un luogo bello dove si può vivere da fratelli e non da rivali.»

Una visita molto intensa, che ha permesso di far compenetrare le due realtà della Cappella Universitaria di Siena e dell’ordine delle suore Figlie della Chiesa.

Martina Ragone

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