Contagiati dall’amore

«Lavatevi le mani / ma andate scalzi/e baciate la terra ferita. / Starnutite pure nel gomito / ma leccate le lacrime di chi piange. / Non viaggiate a vanvera / ora è tempo di stare fermi / nel mondo / per muoversi in noi stessi / dentro gli spazi sottili / del sacro e l’umano. / Indossate pure le mascherine / ma fatene la cattedrale del vostro respiro, / del respiro del cosmo. / Ascoltate pure il telegiornale / che finalmente parla di noi / e del più grande miracolo / mai capitato: / siamo vivi / e non ci rallegra morire. / Per ogni nuovo contagio / accarezza un cane / pianta un fiore / raccogli una cicca da terra, / chiama un amico che ti manca / narra una fiaba a un bambino. / Ora che tutti contano i morti / tu conta i vivi, / e vivi per contare, / concedi solo l’ultimo istante / alla morte / ma fino ad allora / vivi all’infinito, / consacrati all’eterno».

Questa poesia è stata scritta dal poeta sardo Andrea Melis, all’inizio del periodo di quarantena, causato dalla pandemia da Covid-19. Sebbene dal 4 maggio sia cominciata la fase 2, in cui sono stati concessi più permessi, queste parole ormai fanno parte di noi e della nostra storia e aiutano a ricordarci che non tutto è finito, anzi bisogna riprendere a vivere con cautela.

Questi versi sono carichi di speranza e donano al lettore la possibilità di vedere le cose in maniera diversa, e ciò che è percepito come un fastidio, una costrizione, può avere un risvolto positivo e inaspettato. Lavarsi le mani e starnutire nel gomito, gesti di precauzione per noi stessi e gli altri, affinché non si diffonda il virus, divengono espedienti per poter toccare con mano e consolare la ferita che attraversa la nostra umanità. L’uso della mascherina, sebbene impedisca di respirare aria pulita, di pronunciare parole comprensibili e irriti la pelle se portata a lungo, diviene l’opportunità per concentrarci sul nostro respiro e sintonizzarci con quello del cosmo. Anche l’ascolto del telegiornale, gesto che è stato caricato di molta ansia in questo periodo, può divenire un momento di condivisione del fatto che siamo vivi e condividiamo tutti lo stesso destino, un destino in cui abbiamo l’obbligo di fermarci davvero per non far fermare il mondo. E anche qui un risvolto positivo: alla staticità negli spazi chiusi si affianca l’opportunità di un viaggio interiore meraviglioso, nel tentativo di far conoscere e combaciare la nostra parte umana con quella divina. 

Al posto di rattristarci per un nuovo contagio, Melis propone di compiere un gesto di dolcezza che, probabilmente, in un periodo più frenetico, non avremmo avuto il pensiero e l’accortezza di fare. Con quanti amici con cui non avevamo mai il tempo di parlare per bene o che non sentivamo, perché tanto li avremmo visti in giornata, abbiamo potuto intrattenere dialoghi lunghi e approfonditi; quanta attenzione abbiamo posto all’ambiente circostante, dall’ammirare dalla nostra finestra le fronde degli alberi o un raggio di sole che ci accarezzava il viso al decidere di coltivare una piantina su quello stesso davanzale da cui osservavamo la natura. Quanto abbiamo apprezzato quei pochi momenti in cui ci era concesso uscire e, allora, andare a fare la spesa o gettare la spazzatura diveniva il momento più atteso per un contatto con un’aria diversa da quella delle nostre mura domestiche. Quanto coraggio abbiamo scoperto di avere dentro di noi per consolare le poche persone fondamentali che ci erano accanto, ma anche quanta limpidezza abbiamo mostrato abbandonandoci ad un pianto nei momenti più fragili.

E allora con queste consapevolezze non rattristiamoci al pensiero dei morti, ma, proprio per rispetto nei loro confronti, cerchiamo di perpetuare la vita, continuando a comportarci in maniera consapevole e cooperativa, consacrandoci all’Infinito per eccellenza, Dio.

Martina Ragone

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