Conoscere le lingue giova alla tasca e alla salute, ma attenti al gene del linguaggio!

interpreti italiano - spagnolo in spagnaCresce sempre più, ogni anno, il numero di studenti che preferisce laurearsi all’estero o che aderisce a programmi di mobilità internazionale, lanciandosi in progetti Erasmus. E aumenta anche la percentuale di Italiani che, pur rimanendo nel nostro bel Paese, si cimenta nell’interpretariato e nell’ambito traduttivo.

Infatti, dinnanzi ai preoccupanti dati dell’Istat sulla disoccupazione giovanile (43,1% nel marzo 2015), di certo fa gola un titolo versatile come la laurea in mediazione linguistica, utilissima nella pubblica amministrazione (interprete parlamentare, interprete di Ambasciata e di Consolato), nelle istituzioni scolastiche, nelle imprese per gestire le relazioni esterne e la pubblicità tecnica, nell’ambito giornalistico (mediatore consulente e adattatore di linguaggi per giornali, radio, televisioni, testate web), nel turismo (manager per compagnie aeree e tour operator, guida turistica).
In un contesto sociale sempre più evoluto e complesso, dunque, il mediatore linguistico si presenta come una figura professionale ricercata e di successo, capace di mediare non solo tra lingue differenti, ma anche tra diverse culture.

Ma conoscere le lingue straniere non è soltanto una marcia in più nel curriculum e nel mondo lavorativo, anche a livello personale, di fatti, come dimostrano le ricerche degli ultimi 15 anni, i bilingui hanno minore probabilità di essere affetti da demenza senile: ad esempio, l’Alzheimer nei bilingui emerge mediamente fino a cinque anni dopo rispetto a chi si esprime con un solo linguaggio. L’abilità di passare da un codice linguistico ad un altro è infatti un ottimo allenamento per il nostro cervello, che diventa più ricettivo e flessibile, tanto che i mediatori linguistici sono anche in grado di decidere in maniera molto più profonda e ponderata di fronte ai rischi e alle difficoltà della vita quotidiana.

La lingua o le lingue che parliamo, dunque, possono davvero cambiare il nostro modo di vedere il mondo e la nostra vita.

Attenzione però al gene FOXP2, scoperto nel 1990, studiando una famiglia inglese in cui tre generazioni presentavano affezioni nell’espressione e nel linguaggio. I soggetti studiati presentavano una mutazione ereditaria del gene in questione. Recentemente, i ricercatori dell’Università del Texas ad Austin hanno associato il gene alla capacità di apprendimento delle lingue straniere. L’ultima indagine in merito, condotta su 204 giovani dimostra infatti che gli individui con una particolare variazione del gene FOXP2 erano più veloci ed accurati nell’esercizio linguistico richiesto. Può quindi un gene essere decisivo nello studio di una nuova lingua?

Di certo i casi studiati dimostrano che particolari variazioni incidono sul padroneggiare una nuova lingua ma bisogna sempre tener presente che lo studio di una lingua coinvolge varie parti del cervello e diversi geni; si pensi ai processi di memorizzazione, ragionamento, catalogazione delle informazioni.

Giulia Cataneo

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