Come lasciarsi trasformare dalla lettura?

Bisogna entrare nei mondi estranei amandoli, senza lasciarsi mettere sotto tutela dall’idolatria per qualcuno o qualcosa ma sbriciolando l’Ego, allargando i confini della mente che sono i confini della sensibilità. Bisogna far convivere idee, farle incontrare per affrontarsi, riconoscersi, separarsi e unirsi in forme diverse, secondo le parole di Alberto Savinio nella Nuova enciclopedia: “E poiché d’altra parte non c’è speranza che idee così lontane possano riunirsi e fondersi, conviene rassegnarsi a una crisi perpetua e sempre più grave della civiltà. Rinunciamo dunque a un ritorno all’omogeneità delle idee, ossia a un tipo passato di civiltà e adoperiamoci a far convivere nella maniera meno cruenta le idee più disparate, ivi comprese le idee più disperate”: only connect, senza sosta.

Siamo imbottiti di cose imparate a metà, di cose ingoiate come verità senza nemmeno masticarle, e siamo abituati senza saperlo alle nostre idee fisse: come dei mentecatti. La nostra mente è prigioniera di pensieri già pensati che noi imitiamo senza nemmeno provare a ripensarli: e anche le letture fatte ci occupano la testa come tavole della legge divenute lapidi. Tutto ciò che c’è nel vasto mondo che secondo Shakespeare sogna le cose future, diventa per noi una conferma di fissazioni che chiamiamo verità: ignorando che troppo spesso esse sono solo il prodotto dei luoghi comuni con i quali la nube mediatica ci è penetrata dentro. E quando siamo chiusi nel circolo vizioso in cui la presunzione è alleata ai luoghi comuni, la lettura non ci trasforma, perché in essa cerchiamo la conferma a ciò che crediamo di sapere rifiutando tutto ciò che ci appare diverso. È per questo che bisognerebbe imparare non solo a leggere PER se stessi, ma anche CONTRO se stessi: leggere contro il proprio Ego vuol dire ampliare la propria sensibilità, trovare zone misteriose che ami scopriremmo senza il viaggio in quei luoghi che aboliamo dicendo che sono estranei ai miei gusti. Ma “i miei gusti” sono troppo spesso solo una fuga dalla conoscenza, che è invece un avventurarsi là dove i gusti si fanno e si disfanno, finché al di là dei gusti appaiono le luminose pietruzze delle verità. Sono dure da mordere, ma inesauribili; ci spezzano i denti, ma fanno crescere denti più taglienti; ci smarriscono in foreste di segni ambigui, ma è solo attraversando quelle foreste, che impariamo come è fatto il territorio della nostra mente.

Nella foresta dei simboli ci sentiamo smarriti, come nella foresta di corrispondenze che Baudelaire fa sorgere piena di echi e di fantasmi sensoriali che ci osservano con sguardi familiari: segnali che la via verso noi stessi è solo cominciata, segnali che ci ricordano che per Rimbaud Io è un altro: letteralmente e in tutti i sensi. Ma se Io è davvero un altro, allora il miserabile Ego deve aprirsi a ciò che è diverso da se stesso, e ospitarlo demolendo le porte difensive. E quando finalmente l’Ego è scardinato, allora comincia l’avventura più importante: la metamorfosi. La lettura che arriva ad essere la forma della vita è metamorfosi, e insegna la metamorfosi della nostra conoscenza: un cambiamento che da solo potrebbe capovolgere la servitù intellettuale di cui siamo preda.

Soltanto se si è coscienti di non conoscere si può desiderare di conoscere: i lettori selvaggi partono da qui. Una persona legge, guarda, ascolta, si informa, ed è convinta di sapere molto: è automaticamente e sicuramente migliore di un ignorante? …

Leggere molto non è di per sé un bene; imparare molte cose non è di per sé un bene; conoscere molto non è di per sé un bene. Se chi conosce è in preda alla presunzione di sapere tutto su qualcosa, incapace di considerare con benevolenza e apertura un’altra visione di quel qualcosa, sarà solo un piccolo dittatore culturale: non capirà nulla che non sia il proprio unico pensare e sarà la figura che si confonderà con quello che gli studiosi di neuroscienze chiamano “l’analfabeta funzionale”, che è in grado dicompiere alcune azioni definite intelligenti ma è totalmente ignorante al di fuori dei compiti che svolge: un essere umano che si avvia a diventare un perfetto strumento, come un tagliaunghie o una lavastoviglie. E l’esperto al servizio del potere e l’analfabeta funzionale si intrecciano alla figura dell’analfabeta emotivo e mentale: che non ama nessuno perché negli altri scorge solo specchi che gli rimandano l’immagine che lui impone, che legge continuamente nello specchio del suo display ma è il contrario del lettore selvaggio, che si irrigidisce nell’Ego che gli ripete sei tu il più bello del reame e passivamente-attivamente costruisce la prigione in cui chiude se stesso e gli altri. E allora, nel moltiplicarsi infinito di specchi delle mie brame che riflettono lo stesso spettacolo di prigionia, viene da chiedere: ma c’è ancora spazio per chi vuole trovare se stesso negli altri e gli altri in se stesso come un insieme di individui liberi, non come una massa che segue un capo o idolatra un totem?

Giuseppe Montesano, Come diventare vivi. Un vademecum per lettori selvaggi, Bompiani, Milano 2017

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Antonio Curci

Antonio Curci

Direttore Responsabile

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