C’è un tempo per ogni cosa

Venerdì primo maggio si è svolto il primo incontro online di una serie di seminari-laboratori che si terranno nel mese di maggio, presieduti da Don Roberto Bianchini e suor Chiara Cioli della Pastorale Universitaria di Siena. La prima lezione, intitolata C’è un tempo per ogni cosa, ha avuto come tema la percezione del tempo e la qualità e modalità dell’impiego di esso, soprattutto in questo periodo di quarantena che ci costringe a stare sempre a casa.

Il tempo oggi è concepito in maniera vorace, bisogna sempre cercare di riempire ogni attimo con esperienze e attività diverse, altrimenti ci si sente vuoti. Per questo la monotonia a cui ci ha indotto quest’emergenza sanitaria è una novità forse ingestibile per la mentalità dell’uomo moderno, sempre avido di novità per sentirsi utile al mondo e per interessarsi alla vita, ma questo non fa altro che alimentare la superficialità e la disattenzione dinanzi alle situazioni o nel vivere delle relazioni. La ripetizione di un’attività spesso genera disinteresse, dopo che è svanito l’incanto iniziale. Quindi l’uomo, posto dinanzi ad una giornata vissuta nello stesso luogo con pochi mezzi, se non quelli che si possiedono in casa, e poche persone, se non nessuna, con cui interagire, si sente spaesato in un primo momento. L’immensa quantità di tempo da impiegare a propria scelta, non avendo delle scadenze precise da rispettare e dei compiti a cui assolvere a breve scadenza, lo mette in difficoltà a tal punto che il rischio è di non viverlo in maniera produttiva, ma di cadere nella noia. Quindi forse si dovrebbe iniziare a rivalutare la percezione del tempo.

Come dice il passo dal libro del Qoelet 3, 1-11 che è stato letto e commentato da Don Roberto, “per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”. Esiste un tempo per ogni cosa, sia per le cose più negative come la malattia, la morte, la tristezza e l’odio che spesso sono humus per quelle positive come la guarigione, la vita, la gioia e l’amore. Ma in tutto questo vi è Dio, che “ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine”. Quindi esiste un tempo, il kronos, in cui ogni cosa ha il suo momento, ma c’è anche un altro tempo, il kairos, un tempo che non è più cronologico. Quando nel brano si afferma che Dio ha messo la nozione dell’eternità nel cuore si intende che gli uomini sono sospesi tra il tempo dell’agire nella loro esistenza e il tempo di Dio. Questi due piani devono trovare il loro punto di incontro che risiede nelle mani di Dio e nella pratica della preghiera. Ma spesso nel mondo odierno non si comprende l’irruzione di Dio, il kairos, nel kronos, perché il tempo è visto in maniera troppo frenetica. Ma è possibile cogliere degli esempi negli stili di vita che ci circondano: per esempio, nella vita monastica il tempo è scandito da monotonia, e proprio questa ripetitività, che è difficile da affrontare all’inizio, diviene poi la possibilità di accorgersi davvero di quando avviene qualcosa di creativo, ovvero di quando Dio fa irruzione nel nostro tempo.

Con questa consapevolezza si potrebbe iniziare a rivalutare il tempo vuoto, apparentemente improduttivo, fermo, come un momento in cui percepiamo l’eternità. Anche quando si semina vi è un tempo fermo, in cui sembra non avvenire nulla, invece è proprio in quel lasso di tempo, in quell’attesa, che avviene tutto, il miracolo della vita.

Martina Ragone

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