Arte e Alchimia nel Cinquecento: Correggio e la pietra filosofale

1312_06Antonio Allegri da Correggio (1489 ca – 1534 ca) fu un artista che nacque e morì nel suo luogo natio, vivendo appartato per gran parte della sua esistenza. Per un pittore come lui, profondamente radicato nella cultura nord-emiliana, quella di Cosmé Tura, di Francesco del Cossa e di Ercole de’ Roberti, attivi a Ferrara tra la prima metà del Quattrocento e la fine del secolo, è facile immaginare quanto la componente esoterica di questa loro arte sia stata rilevante.
Elaborando una cifra stilistica autonoma, partendo dal disegno di Andrea Mantegna a Mantova (1431-1506), concordandolo con il morbido sfumato leonardesco e il tonalismo veneziano, velando la sua opera di una dolcezza squisita e grazia raffaellesche, il Correggio arriva a concepire la serie degli Amori di Giove (1530-32) su commissione del Duca di Mantova Federico Gonzaga, anch’egli interessato alle tematiche ermetiche (tanto da commissionare la decorazione di Palazzo Tè a Giulio Romano negli stessi anni), un dono per l’imperatore Carlo V di Spagna. Inoltre bisogna ricordare che parte del ciclo degli Amori entrò a far parte della collezione di Rodolfo II di Praga (1552-1612), un principe alchimista lui stesso.
La serie degli Amori è infatti una raffigurazione della Coniunctio alchemica, processo costituito da fasi distinte per colore (nigredo, albedo e rubedo), al termine della quale l’alchimista creava la pietra filosofale, in grado di trasformare in oro i metalli vili nonché fornire immortalità e onniscienza.
La nigredo (definita dal colore nero) è rappresentata nel Mito di Io, in quella nube scura – che poi è Giove – che avvolge vaporosamente la donna e da cui si materializza la mano che ne afferra le morbide carni e il volto del dio che sfiora quello di lei. In questa fase la materia va in putrefazione e si dissolve, producendo quei fumi che si alzavano dal vaso utilizzato nel processo alchemico (rappresentato in primo piano).
La materia che si è volatilizzata è raffigurata invece nel Ratto di Ganimede, dove Giove sotto forma di Aquila rapisce il giovinetto, il che rappresenta il momento di passaggio alla fase successiva.
Questa è l’albedo (colore bianco) che è facilmente riconoscibile nella Leda, in quel piumaggio candido del cigno di cui ha preso le sembianze la divinità per avvicinare la donna, che ora sedotta si lascia accarezzare dallo splendido animale. E’ questa la fase in cui la materia prima dissolta si ricompone una seconda volta, pervenendo al colore bianco. Così l’alba segue la notte.
L’ultima fase è quella della rubedo (colore rosso) che conduce all’ottenimento dell’oro, lo stesso che piove – ed è sempre Giove che ha assunto la forma di pioggia dorata – sulla languida figura di Danae sdraiata su bianche lenzuola, rinchiusa nella sua stanza nella torre. E’ questo il coronamento di tutta la Coniunctio alchemica. Ma si sa, al rosso del tramonto segue la notte, e poi di nuovo l’alba, in un ciclo senza fine che è lo stesso processo alchemico.
I quattro dipinti correggeschi sono oggi divisi tra Roma (Danae alla Galleria Borghese), Berlino (Leda ai Staatliche Museen) e Vienna (Ratto di Ganimede e Mito di Io al Kunsthistorisches Museum e prima nella collezione di Rodolfo II), anche se è stato possibile rivederli insieme nella mostra Correggio e l’Antico tenutasi nel 2008 alla Galleria Borghese, curata da Anna Coliva (fatta eccezione per la Leda, tuttavia presente nella copia di Eugenio Cajés, conservata al Museo del Prado di Madrid). Oggi la percezione dell’unità del ciclo è perciò alterata e con essa la sua profonda valenza alchemica, a lungo passata inosservata.

 

Claudia Pruner

© Riproduzione Riservata
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: