Altro che auguri di Buon Natale!

presepe

Che paradosso il presepe! Una raffigurazione così semplice eppure così tagliente, quasi pericolosa, che sa unire, ma anche dividere, accarezzare i cuori, ma anche graffiarli.

Ma chi c’è nel presepe?

Un bambino che dicono essere Dio incarnato, tanto piccolo quanto grande, tanto indifeso quanto potente.

Fa paura il presepe perché provoca il cuore dell’uomo, lo confonde, lo costringe a riflettere. Meglio un più laico albero di Natale, magari addobbato a festa con tante luci colorate che vogliono quasi farci dimenticare che anche nel giorno di Natale, la lotta fra bene e male continua a mietere vittime innocenti.

Ma nel presepe, così suggestivo e quasi cinematografico c’è solo quel Dio che ha cambiato la storia del mondo? Guardiamo bene… forse ci siamo anche noi, eppure lo vogliamo rimuovere dai luoghi pubblici e cosiddetti “laici”, quasi a voler cancellare con un click sulla parola chiave delete la nostra matrice storica. Alcuni poi lo brandiscono come un’arma contro gli arabi, gli stranieri, i migranti e i non cristiani. Proviamo a togliere dal presepe gli arabi, gli ebrei e gli stranieri, rimarranno solo il bue e l’asinello.

Dunque il presepe è il luogo dell’incontro fra culture diverse, dove il ricco accoglie il povero, dove gli stranieri come Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù trovano casa. Il presepe allora  è il luogo di tutti per tutti. E’ un luogo di  incontro e riconciliazione, proprio come dovrebbe essere la nostra Europa dalle radici cristiane, un “presepe” verso il quale poveri e stranieri cercano libertà e pace. Eppure nel 2015, nel Mediterraneo sono morte 3200 persone migranti di cui 700 incolpevoli bambini.

Oggi facciamo festa intorno a tavole imbandite di ogni ben di Dio, ma quel presepe pullulava di poveri pastori della Palestina ai quali quel “Dio sceso in terra” donava una speranza. Cosa accade invece nella civilissima Europa? Vengono attuate politiche economiche che troppo spesso favoriscono ricchi e potenti, penalizzando lavoratori e poveri. Basti pensare che negli anni ’80 c’erano scaglioni di reddito con aliquote IRPEF del 50, 60 e perfino 80%. Oggi l’aliquota massima, sopra i 75000 euro lordi annui è del 43%, che sia applicata a una persona che guadagna 3000 Euro al mese o anche a chi ne percepisce 100.000 e più.

E’ possibile che nel nostro Paese esistano ben 50.000 persone senza casa e il Governo faccia poco o nulla per assicurare a tutti un minimo di benessere costituzionalmente peraltro garantito?

Come può essere che il 20% degli italiani possiede il 62% della ricchezza totale del Paese, mentre un altro 20%, i più poveri, solo lo 0,4% senza che nessuno si preoccupi di porre in essere serie politiche di redistribuzione della ricchezza?

Sono queste le politiche che vengono attuate da chi si erge a strenuo difensore di quel presepe che invece dice ben altro? Ci fregiamo di essere cristiani e difendiamo le nostre tradizioni senza sapere che proprio queste convinzioni, spesso vuote di significato, ci stanno condannando ad una lenta e inesorabile morte sociale. Come tanti zombie vaghiamo per le vie delle nostre città senza riconoscere in ogni altro uomo un nostro fratello, senza provare minimamente “empatia” per le sofferenze dei tanti “pastorelli del presepe” di cui pullula il nostro Paese. Questo non è solo un problema dei cristiani anagrafici, ma anche dei tanti non credenti che solo a parole si aggrappano a quei valori illuministici di libertà, fraternità e uguaglianza.

Scambiamoci pure gli auguri, ma mettiamoci cuore e cervello e fermiamoci a guardare quello scandaloso presepe che ci provoca con un messaggio più attuale che mai: apriamo le porte a quel Gesù che ci invita ad accogliere il povero, lo straniero e l’ultimo della società.

Diversamente i nostri auguri ci torneranno indietro come una condanna di inciviltà e barbarie.

Antonio Curci

© Riproduzione Riservata
Antonio Curci

Antonio Curci

Direttore Responsabile

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