Al di là del Covid-19 di Martina Ragone

Al di là del Covid-19 è una poesia che ho scritto in questo periodo di quarantena, causato dalla situazione di emergenza sanitaria per il coronavirus. Mi chiamo Martina Ragone, sono una giornalista pubblicista di questa testata giornalistica e mi sto specializzando in Lettere Moderne all’università di Siena.

Ho scritto questa poesia mentre, osservando il panorama fuori dalla finestra di casa mia a Siena, riflettevo su quanto questa pandemia ci stia inducendo ad ampliare il nostro sguardo interiormente o esteriormente e a rivalutare valori che forse prima davamo per scontati.

La poesia inizia in questo modo: “Al di là della mia finestra/piccole luci si intravedono/sentimenti intricati/desideri intangibili/silenzi loquaci/di piccoli spiragli di vita”.

In questo periodo in cui siamo costretti a stare richiusi in casa, la finestra diviene l’unico accesso verso il mondo esterno, un accesso che possiamo varcare solo con il nostro sguardo e che ci fa scorgere piccole luci: sono le finestre di abitazioni in cui altre persone conducono una vita speculare alla nostra. È una vita dissimile a quella che abbiamo condotto sinora, in cui il ripiegamento su noi stessi ci consente di far emergere “sentimenti intricati”, come possono essere quelli di una convivenza a stretto contatto; “desideri intangibili”, come quello di riabbracciare un proprio amico o di ritornare ad una quotidianità che ci dava tanta sicurezza e “silenzi loquaci”, dati da momenti di solitudine, espedienti per un dialogo interiore.

La seconda strofa dice: “Un’auto passa/forse è l’unica/audace nel buio avvolgente/immersa in una vita/ che non brulica più/è rinchiusa”.

Nel buio si intravede un’auto: sembra l’unica evasione da una vita che pare immobile, rinchiusa in spazi alle volte angusti e soffocanti. Ma è davvero una vita immobile o è più brulicante di prima?

Nella terza strofa, le protagoniste sono le case: “Le case diventano/microcosmi mutevoli/ma immobili/contenitori di energia inesplosa/baratri di una noia nemica/temibili sentieri in cui/perdiamo noi stessi/eppure siamo a casa”.

In questo tempo stra-ordinario, la casa assume delle fattezze diverse: non è più il rifugio dopo una giornata frenetica, ma diviene il nostro microcosmo, culla delle nostre attività e relazioni. All’apparente staticità dell’edificio, si contrappongono sentimenti contrastanti e la noia, nemica di ogni tipo di vitalità, potrebbe essere causa di un allontanamento da noi stessi, eppure siamo a casa, il luogo che dovrebbe essere più sicuro, in cui sono custoditi tutti i nostri oggetti e affetti personali.

Nella quarta strofa ritorna l’immagine della finestra: “Al di là della mia finestra/vedo il riflesso di me stessa/anelo il calore di un mio caro/un abbraccio senza timore/una carezza autentica”.

La finestra, questa volta, mostra il nostro riflesso che dà voce ai desideri più reconditi, desideri di una relazione autentica perché, anche nella solitudine assoluta, l’altro non può fare a meno di risuonare dentro di noi. E proprio in questo periodo di isolamento ci siamo resi conto di quanto la relazione, il contatto con l’altro, anche nei gesti più semplici come quelli di un abbraccio o di una carezza, siano linfa vitale per l’uomo.

La poesia si conclude con queste parole: “La luce ormai ferisce:/avremo occhi nuovi/per rischiarare il buio/per ricostruirci novelli/per ammirare un bacio/virtuale ma vero”. Questo tempo dilatato e questi spazi ristretti divengono l’habitat per una mutatio animi: senza quasi rendercene conto, ogni giorno siamo posti dinanzi ad una sfida, il cui obiettivo non è solo sopravvivere, ma lasciarsi attraversare anche da sentimenti negativi, abbracciandoli, affinché divengano humus per trasformare la luce che prima ci feriva in occhi nuovi, capaci di guardare il mondo da una nuova, più consapevole, prospettiva.

Martina Ragone

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