“Adesso” di Diodato e Roy Paci

 

Dondolo
foto di Simone Fonda

La canzone Adesso di Diodato,
che ha vinto Sanremo 2020, e del trombettista Roy Paci, è stata presentata al
festival di Sanremo
2018 e forse a molti è passata inosservata. Eppure il suo testo, ricco di
significati, fornisce plurimi spunti di riflessione.

Il
mio proposito è quello di donarvi una mia interpretazione personale, rileggendo
il testo di questa canzone alla luce del nuovo contesto storico-sociale che ci
troviamo a vivere in questo periodo.

Il
primo significato che il duo ha tentato di trasmettere è l’incomunicabilità che
il progredire della tecnologia ha causato nella vita degli esseri umani, significato
che viene messo in evidenza soprattutto nelle prime due strofe (“Dici che torneremo a guardare il cielo/Alzeremo la
testa dai cellulari/Fino a che gli occhi riusciranno a guardare/Vedere quanto
una luna ti può bastare./E dici che torneremo a parlare davvero/Senza bisogno
di una tastiera/E passeggiare per ore per strada/Fino a nascondersi nella sera). Spesso la dipendenza dagli
smartphone ci ha indotto a non osservare la bellezza che la natura ci offre
gratuitamente e a non vivere delle relazioni in maniera spontanea. Eppure, in
questo difficile periodo che stiamo attraversando, proprio la tecnologia ci
consente di avere un contatto, seppur non fisico, nella speranza di poter un
giorno ritornare ad ammirare il cielo, appagarci della semplicità della luna,
poter passeggiare senza preoccuparci che l’uscire di casa possa arrecare danni.
Quindi la tecnologia, da essere causa di alienazione e distruzione dei rapporti
sociali, assume una valenza salvifica e, se adoperata nelle giuste misure,
diviene l’unico mezzo di un contatto che, essendo l’unico possibile, viene rivestito
di una luce nuova.

“E dici che accetteremo mai
di invecchiare/Cambiare per forza la prospettiva/Senza inseguire una vita
intera/L’ombra codarda di un’alternativa”.

Nella
terza strofa si parla dell’inevitabilità del cambiamento di prospettiva delle
cose con il passare del tempo, ma questo non accade solo quando si invecchia, poiché
giorno dopo giorno siamo più vecchi di prima, più ricchi delle esperienze che
viviamo, delle circostanze che ci si presentano, delle persone che incontriamo.
Proprio per questo dobbiamo essere pronti a reagire all’inaspettato e, per
quanto assurdo ci possa sembrare, dobbiamo mettere in conto che possono
avvenire piccoli grandi stravolgimenti nella nostra quotidianità che non
dovrebbero indurci a seguire “l’ombra codarda di un’alternativa”. È più
semplice lasciarsi andare alla disperazione in una situazione difficile che
affrontarla di petto, ricostruendo con dei metodi alternativi il proprio
habitat naturale. È più facile vedere il buio totale e crogiolarsi in esso che
cercare quel piccolo, quasi invisibile, spiraglio di luce che trapassa dalle
crepe.

“E dici che troveremo prima o
poi il coraggio/Di vivere tutto per davvero/Senza rincorrere un altro miraggio/Capire
che adesso è tutto ciò che avremo x3”.

Nel
ritornello viene presentato il tema del carpe diem, che è il tema
cardine della canzone, come si evince dal titolo: quante volte ci siamo
preoccupati di ricordare il passato e di programmare il futuro, non rendendoci
contro che il presente stava sfuggendo come se fosse invisibile ai nostri
occhi? Ma soprattutto, come facciamo in questo periodo ad apprezzare il
presente con la sua monotonia vissuta in spazi chiusi che alle volte risultano
soffocanti? La tentazione è quella di rinvangare un passato “normale”, in cui
prendersi un caffè con un amico, farsi un giro in piazza, andare a lezione, al
cinema, a teatro o assaporare una passeggiata notturna erano la cosa più
naturale al mondo. Oppure il nostro sguardo è sempre rivolto al futuro, un
futuro che speriamo ritorni “normale”, in cui si potranno compiere di nuovo le azioni
che prima ci sembravano tanto scontate e rivivere quella routine che ci dava
tanta sicurezza.

Riuscire
ad apprezzare e a vivere appieno questo tipo di presente, fatto di incertezze e
privazioni, non è semplice, poiché non si presenta secondo i nostri schemi
mentali precostituiti, eppure potremmo provare a ricercare dentro di noi ciò
che ci può trasmettere la pace, con i pochi mezzi che abbiano, perché non siamo
totalmente privi di mezzi, dentro di noi esiste un mondo ricchissimo e
inesplorato. Solo in questo modo , come dice la quarta strofa, “riusciremo a
sentire ancora un’emozione prenderci in gola”, a sentirci protagonisti attivi
della nostra storia, “senza rincorrere un altro miraggio”, fatti di illusioni
vane e infondate. Ora è il momento di spogliarci delle nostre maschere e di
“vivere tutto per davvero”.

“Adesso
è tutto ciò che avremo”, adesso è il momento per fare una ricognizione
interiore, per mettere alla prova noi stessi, per affrontare discorsi interiori
che avevamo da tempo rimandato. Adesso è il tempo di dire che si ha più tempo
per dedicarsi ad una passione, per riscoprire una relazione in tutti i suoi
lati, accettandone quelli più spigolosi e soffermandosi maggiormente su quelli
più dolci e sensibili. Adesso è il momento di conoscerci meglio e vivere ogni
secondo di questo tempo dilatato, che ci abbraccia e ci garantisce che tutto
quello che stiamo vivendo ha un senso.

Nella
variazione prima del ritornello finale risuona una domanda molto incisiva: “E
tu che nome dai al tuo coraggio?”. Spesso quando si pensa alla parola
“coraggio” si intendono comportamenti eroici, fuori dagli schemi. Eppure il
coraggio si nota anche nei piccoli gesti, come apprezzare quello che ci offre
la giornata, anche se non è quello che ci aspetteremmo; amare di cuore chi ci
sta accanto, anche se alle volte non dice o fa quello che vorremmo; accettare
dei “no”, delle sconfitte, con la consapevolezza che una caduta riesce a farci
guardare le cose da un’altra prospettiva; fare delle rinunce, seppure
difficili, per il bene dell’altro.

E tu che nome dai al tuo coraggio?

Martina Ragone

© Riproduzione Riservata
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