A Colobraro (MT), l’undicesima edizione di “Sogno di una notte…a quel paese”

https://www.facebook.com/SognoDiUnaNotteAQuelPaese

A Colobraro (MT), venerdì 27 agosto, come tutti gli altri venerdì del mese, si è svolta l’undicesima edizione di “Sogno di una notte…a quel paese”. Il significato di questo evento è una risposta ironica alla nomea che si è divulgata nel secolo scorso: il nome di Colobraro, per motivi scaramantici, non veniva pronunciato dagli abitanti dei paesi limitrofi, i quali lo designavano come “Chille paìsi” (“quel paese”, nel dialetto di Valsinni), in quanto si riteneva che nominarlo portasse sfortuna. Pare che l’innominabilità derivi da un episodio ben preciso, di cui non si possiedono prove in alcun documento. Si narra che negli anni ’40, l’avvocato Biagio Virgilio, all’epoca podestà, in una riunione di sindaci a Matera, alla fine di una sua affermazione avrebbe detto qualcosa del tipo: «Se non dico la verità, che possa cadere questo lampadario». Secondo il racconto, il lampadario sarebbe caduto davvero, causando alcune vittime o feriti e dando origine alla brutta nomea del paese. Oltre a questo episodio, l’etnologo Ernesto de Martino nel 1959 si era recato a Colobraro per alcune sue ricerche, suggestionato dalla lettura di Cristo s’è fermato ad Eboli di Carlo Levi, il quale aveva descritto l’arretratezza del sud. Da queste visite l’etnologo ha elaborato il testo Sud e magia che ha contribuito alla divulgazione di un’immagine di Colobraro come paese dalle difficili condizioni economiche e sociali, dedito alle pratiche magiche.

Nonostante ciò, negli ultimi dieci anni, il paese ha rielaborato questa fama negativa, reclamandola come tratto distintivo della propria identità. Infatti, dal 2010, ogni martedì e venerdì del mese di agosto – i giorni della jella secondo la cultura popolare – il paese accoglie migliaia di turisti, i quali vengono in contatto con questo mondo magico. L’evento si suddivide in varie fasi: all’inizio, il visitatore, nel momento in cui arriva a Colobraro, viene accolto presso il Palazzo delle Esposizioni e munito dell’“abitino”, detto “cingiok”, che si rifà alla descrizione di de Martino in Sud e magia.  Questo amuleto oggi assume le fattezze del souvenir e viene realizzato in una bottega del paese con materiali semplici: stoffa cucita, chiusa con una spilla a formare un nodo che possa scongiurare la possibilità di legare una fattura, e un cordoncino di colore rosso – simbolo di forti passioni – per appenderlo al collo. L’abitino contiene tre chicchi di sale grosso per scacciare il malocchio; tre aghi di rosmarino contro gli spiriti maligni; tre chicchi di grano, simbolo di fertilità e abbondanza, e fiori di lavanda, segno di virtù e serenità. Dopo la consegna dell’amuleto, prima dell’immersione in un mondo di maciare, lupi mannari e monachicchi, il turista ha l’opportunità di usufruire di un percorso museale che documenta la storia del paese tramite mostre fotografiche, tra cui quella di Franco Pinna, il fotografo che accompagnò de Martino nella sua spedizione.

La peculiarità di “Sogno di una notte…a quel paese” consiste nel percorso teatrale che utilizza il centro storico di Colobraro come palcoscenico itinerante. A causa delle restrizioni per il Covid sono stati scelti due punti del paese, la coorte del castello e il piazzale della Chiesa Madre, in cui il pubblico si può sedere rispettando il distanziamento sociale. I testi delle scene sono tratti dagli scritti di Ernesto de Martino e da storie della tradizione locale prevalentemente orale. Gli attori sono principalmente ragazzi e alcuni adulti facenti parte dell’Associazione Culturale “Sognando il magico paese”, che, coadiuvati da Giuseppe Ranoia, regista e scrittore dei testi, hanno impersonato maciare, monachicchi e personaggi popolari interagendo attivamente con gli spettatori in dialetto lucano, innescando così un recupero del dialetto che oggi è parlato sempre di meno.

In questo spettacolo i riferimenti a de Martino non sono espliciti, ma si evincono in alcune scene, in particolare quella in cui zia Fortunata, una maciara, toglie l’affascino a un membro del pubblico, affetto da mal di testa. La scena in origine prevedeva che la donna, dopo essersi fatta il segno della croce per tre volte, toccasse la fronte del malcapitato, facendogli dei massaggi a forma di croce, e recitasse uno scongiuro a bassa voce. Ma sono state apportate delle modifiche a causa del Covid, per esempio la maciara al posto di toccare la fronte allo spettatore, utilizza un bastone con dell’aglio appeso che – secondo quanto ironicamente dichiara – è lo stesso che utilizzò durante l’influenza spagnola perché garantisce il giusto distanziamento sociale.

Tra il serio e il faceto questo spettacolo mira a smascherare in maniera ironica l’insensatezza della sfortuna che grava sul paese e anche di tante delle dichiarazioni di de Martino in Sud e magia sulle pratiche magiche. L’ironia ha la funzione di denunciare non solo il superamento di queste credenze, ma anche delle condizioni che ne avevano causato lo sviluppo, individuate da de Martino, ovvero la precarietà dei beni elementari della vita, la pressione sugli individui da parte di forze naturali e sociali non controllabili e la carenza di forme di assistenza sociale.

Nonostante le difficoltà causate dalla pandemia, “Sogno di una notte…a quel paese” continua ad rappresentare un evento ben riuscito, che attira ogni anno numerosi spettatori e che mette in gioco tutto il paese per valorizzare la cultura, l’arte e il paesaggio.

Martina Ragone

© Riproduzione Riservata
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: