L’attualissimo pensiero di Averroé: “Chi pensa è immortale, chi non pensa muore”

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Curiosando fra gli scaffali di una libreria di Lecce, i miei occhi non hanno potuto non leggere un cartello appeso al soffitto con la scritta “Chi pensa è immortale, chi non pensa muore”.

E’ un frase di Abū al-Walīd Muḥammad ibn Aḥmad Ibn Rušd (arabo: أبو الوليد محمد ابن احمد ابن رشد), latinizzato come Aven Roshd e infine come Averrhoës o Averroë.

Fu uomo di grande cultura nato a Cordova, nella Spagna musulmana,  il 14 aprile 1126 e morto  a Marrakech il 10 dicembre 1198. Fu filosofo, medico, matematico, giudice e giurisperito arabo, considerato, insieme al suo precursore Avicenna, il più influente filosofo islamico del Medioevo.

Averroè affermava che tra religione e filosofia non vi è alcuna conflittualità, poiché le eventuali divergenze sono riconducibili solo a differenze d’interpretazione. Nel pensiero averroista esiste la verità che è raggiungibile attraverso le due discipline: quella religiosa che si basa sulla fede e che quindi non necessita di particolare formazione e quella filosofica riservata agl’intellettuali.

La cultura di quest’uomo nato nella Spagna musulmana lo portò a difendere il diritto dello studio teologia, anche attraverso gli strumenti della ragione, “perché – sosteneva – l’Islam non lo vieta”. Parlando dell’anima, Averroè ne riconosceva la duplice essenza: una non eterna e l’altra di natura divina. Egli con i suoi scritti, tradotti in ebraico da Jacob Anatoli nel XIII secolo, influenzò la filosofia ebraica da Maimonide a Spinoza.

“Chi pensa è immortale e chi non pensa muore” dice ancora oggi il pensiero attualissimo di Averroé. Chi pensa e studia è aperto al mondo, all’incontro con le altre culture. Ha un’idea d’integrazione e di scoperta.

Quando le persone che pensano s’incontrano, producono valore aggiunto alla nostra società che non può che portare all’accoglienza, al rispetto delle diversità e all’accettazione di chi, pur non avendo il nostro stesso pensiero, ha una parte della sua natura simile alla nostra: divina, appunto.

Ogni uomo ha una storia da raccontare e ogni individuo ha un posto dentro di sé per conservare il racconto dell’altro.

Le vite degli uomini sono le vere biblioteche dell’umanità, luoghi aperti in cui ciascuno riconosce se stesso attraverso gli occhi dell’altro e ritrova la sua anima nel grande libro della Vita.

Cittadino del mondo, questa è la vera identità dell’uomo contemporaneo che “pensa” e dunque “esiste” e si riconosce co-migrante e pellegrino della storia.

Chi non pensa non è immortale, dice Averroé. Egli è destinato alla morte dell’anima molto prima di quella del corpo.

Antonio Curci

 

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Direttore Responsabile

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