Da settembre scorso ben 340 piccoli Aylan sono morti in mare e nessuno ne parla

aylan

Tutti ci ricordiamo la terribile fotografia del piccolo Aylan, privo di vita sul bagnasciuga di un’anonima spiaggia turca. Si commosse il mondo, si scossero le coscienze, ma come spesso accade, purtroppo, dopo le lacrime, il nulla.

Nell’indifferenza generale, l’OIM, l’UNHCR e UNICEF hanno diffuso i dati relativi ai bambini migranti deceduti in mare durante le attraversate verso l’Europa. Negli ultimi sei mesi, ogni giorno, due piccole anime innocenti hanno perso la vita nel tentativo di sfuggire ai conflitti e alla disperazione.

“Bisogna aumentare i controlli e la sicurezza dei migranti”. Questo è stato l’accorato appello delle tre organizzazioni umanitarie ai Governi europei .

Dalla morte del piccolo Aylan Kurdi, avvenuta a settembre dello scorso anno, sono 340 i bambini e i neonati annegati nel Mediterraneo orientale. Un cifra che, secondo le Agenzie, deve essere considerata per difetto, visto che potrebbero essere tantissimi i corpi dispersi in mare in tutti questi mesi.

E’ stata amara la dichiarazione del direttore esecutivo dell’Unicef Anthony Lake: “Non possiamo voltarci dall’altra parte davanti alla tragedia della perdita di così tante vite innocenti  o fallire nel fornire risposte adeguate rispetto ai pericoli che molti altri bambini stanno affrontando. In questo momento possiamo non avere la capacità di porre fine alla disperazione che spinge così tante persone a tentare di attraversare il mare, ma gli Stati possono e devono cooperare nello sforzo di rendere questi pericolosi viaggi più sicuri. Nessuno metterebbe un bambino su una barca se fosse disponibile un’alternativa più sicura”.

Stando alle statistiche i minori rappresentano il 36% delle persone in transito. E’ evidente che per loro le probabilità di perdere la vita durante i viaggi della speranza sono elevatissime.

Il corpicino senza vita del piccolo Aylan e quello delle 340 altre piccole creature senza nome, annegate in mare, ci impongono di non far finta di niente. Il rischio di abituarci al male, infatti, è sempre dietro l’angolo.

Antonio Curci

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Direttore Responsabile

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